la lumaca e la lentezza

 

di Luca Mastropasqua

Docente di filosofia e storia

Luca Mastropasqua

Soffermandomi a pensare a quel gasteropode volgarmente chiamato lumaca, mi vengono subito in mente due cose: il capitalistico fiuto per gli affari che ha fatto della bava di lumaca un prodotto di lusso per la cosmesi – farsi “sbavare” oggi va di moda ed è un gran bel business! –, ma soprattutto la lentezza, di cui la lumaca è emblema; in questo senso si può dire che la nostra innocua lumaca è simbolo dell’anticapitalismo. Sappiamo bene infatti che se qualcuno ci descrive utilizzando espressioni come “sei lento come una lumaca”, di certo non ci sta facendo un complimento! O forse sì?

Il comune disprezzo per questo animale che induce il nostro immaginario a fermarsi e riflettere è naturalmente dovuto all’esaltazione della velocità nella nostra società globalizzata; dominati da quello che il filosofo Herbert Marcuse (1898-1979) definì “principio di prestazione” già alla metà degli anni Cinquanta, viviamo un’esistenza frenetica, in un continuo susseguirsi di impegni e scadenze. Corriamo a lavoro, corriamo a prendere il treno o la metropolitana, corriamo ad accompagnare e poi a riprendere i nostri figli a scuola. Se potessimo riassumere tutta la nostra vita in una parola, forse la parola più adatta sarebbe proprio il verbo “correre”! E se la mia vi sembra un’esagerazione – frutto forse di una visione un po’radical chic -, allora fate un confronto tra la nostra civiltà occidentale-capitalistica e quella orientale ancora legata ai principi delle filosofie del passato. In questo non semplice esercizio intellettuale può venirci in aiuto Tiziano Terzani (1938-2004), giornalista e corrispondente che, nel corso dei suoi viaggi per il mondo, si innamorò così tanto dello stile di vita orientale da trasferirsi con la sua famiglia nel continente asiatico. Nel suo celebre Un altro giro di giostra, Terzani riflette spesso sui pregi e difetti dell’Occidente e,dopo aver letto con grande interesse il suo libro, ho trovato un aneddoto che più di tanti altri libri tematici mi sembra riassumere bene il tallone d’Achille della nostra illuminata civiltà:

A un semaforo, aspettando il verde, mi colpì la scena al mezzanino dell’edificio che avevo dinanzi: decine di uomini e donne nel riquadro di grandi finestre correvano, correvano, restando però lì dov’erano, sudati e paonazzi, rivolti verso la strada. Non era la prima volta che vedevo una palestra, ma l’immagine di tutti quei giovani che, finito l’orario d’ufficio, erano corsi a smaltire frustrazioni e grasso mi pareva riassumere tutto il senso di quella civiltà: correre per correre, andare per non arrivare da nessuna parte.

Mi parve d’essere uno dei tibetani della storia che mi raccontò una volta il fratello del Dalai Lama. Nel 1950 una delegazione di monaci e funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa l’Inghilterra poteva fare per il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo, ma bellissimo. Erano abituati a grandi spazi vuoti, a una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti. A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati in giro a vedere la città. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sotto terra! Uomini vestiti di nero, con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi correndo per salire sui treni in partenza; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva! Il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, all’accompagnatore inglese e gli chiese: “Cosa possiamo fare per voi?”.

 

Senza voler considerare l’ironia della situazione – alla fine furono i “primitivi” tibetani a comprendere di poter essere di maggior aiuto ai moderni inglesi piuttosto che il contrario! -, ecco come poche righe riescano a condensare l’assurdità del nostro stile di vita. Nella tanto decantata società tecnologica viviamo quella che l’economista Nicholas Georgescu-Roegen ha definito “Sindrome circolare del rasoio elettrico”, «che consiste nel radersi più velocemente, in maniera da avere più tempo per lavorare ad un rasoio che permetta di radersi ancora più rapidamente, in maniera da avere ancora più tempo per progettare un rasoio ancora più veloce, e così via all’infinito». E così corriamo e corriamo per finire paonazzi su un tapisroulant a smaltire lo stress accumulato durante la giornata!

In opposizione a questa visione nevrotica della vita, ecco che l’umilee lenta lumaca si erge a simbolo di gloriosa rinascita! Ironia a parte, la lumaca è davvero divenuta il simbolo di un nuovo paradigma di vita e di relazione con il tempo. Dopo aver rifiutato quella filosofia del guadagno che afferma decisa che “il tempo è denaro” – che in gergo tecnico possiamo definire come “paradigma del tempo lineare monetizzabile” -, intellettuali, filosofi ed economisti hanno sviluppato il cosiddetto Movimento Slow, che fa della lentezza la parola d’ordine di un nuovo e più sano stile di vita. Nato nel 1986 da una protesta organizzata da Carlo Petrini contro l’apertura di un McDonald’s in Piazza di Spagna a Roma, il movimento ha assunto proporzioni sempre più vaste, applicandosi a molti settori della nostra vita: lo Slow food in ambito alimentare, la Slow City sull’amministrazione delle città e lo Slow Travel sul turismo consapevole sono solo alcuni degli esempi più noti. Nel 2004 lo scrittore e giornalista Carl Honoré, nel suo libro Elogio della lentezza, ha descritto in poche righe l’essenza del movimento:

 

Si tratta di una rivoluzione culturale contro l’idea che più veloce è sempre meglio. La filosofia dello Slow non è di fare tutto al ritmo di una lumaca. Si tratta di fare tutto alla giusta velocità. Assaporare le ore ed i minuti piuttosto che solo contarli. Fare tutto nel miglior modo possibile, invece che il più velocemente possibile. Si tratta di qualità sulla quantità in tutto, dal lavoro, al cibo, all’essere genitori.

 

Insomma aderire allo “stile di vita slow non è soltanto una moda per ricchi, ma qualcosa che ognuno di noi potrebbe scegliere per sé e la propria famiglia: evitare il super lavoro per darsi il tempo di riflettere sul proprio progetto di vita, per dedicarsi alle proprie passioni o, cosa non da poco, per stare con colui/colei che chiamiamo “amore della mia vita” e i nostri figli sono tutti esempi semplici ma significativi per non vivere come gli newyorkesi di Terzani. E se pensate che questo movimento è già vecchio e per certi versi superato, provate ad affacciarvi alle vetrate delle palestre della vostra città e vedrete!

Contro quella velocità che già Martin Heidegger (1889-1976), gigante della filosofia del Novecento, aveva definito come uno dei tratti caratterizzanti della società a partire dal primo dopoguerra, autori come Georgescu-Roegen, Honoré e tanti altri ci insegnano che “rallentare” significa re-imparare a vivere la nostra vita, affrancandoci dalla nostra dipendenza dal lavoro; ma soprattutto ci fa comprendere che il dogma del “tutto ha un prezzo” ci allontana da una vita felice e ricca di esperienze dall’alto spessore umano. Il filosofo ed economista Serge Latouche, esponente di spicco della “decrescita” – progetto per molti versi collegato alle idee del Movimento Slow -, insegna che riscoprire il giusto rapporto con il mondo significa, in definitiva, riscoprire la“logica” del dono, che è forse uno dei tratti essenziali dell’essere umano.

Ed ora, in base a quanto detto finora, siamo ancora sicuri che essere definiti “lenti come una lumaca” sia qualcosa di cui vergognarsi? Come scrisse Heidegger, sarà il «tempo del pensiero» a dirci chi ha ragione, se il capitalista o l’amante della lumaca. Finché non arriverà il momento in cui tutti potremo vivere una vita più slow, ai simpatizzanti del movimento non resta che appropriarsi ironicamente del motto marxiano e urlare ai quattro venti “Lumache di tutto il mondo, unitevi”!

 

Suggerimenti bibliografici

  1. Georgescu-Roegen, Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile, Bollati Boringhieri, 2003.
  2. Hesse, Elogio dell’ozio, Mondadori, 2009.
  3. Honoré, Elogio della lentezza: rallentare per vivere meglio, Rizzoli, 2021.
  4. Latouche, Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice, Elèuthera, 2017.
  5. Terzani, Un altro giro di giostra, TEA, 2008.
  6. Thoreau, Vita nel bosco, Feltrinelli, 2014.

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