CARMINA VIRI

di Fulcanelli ©

 

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Tetrafobia

 

Mi chiamo Sun Sihong. Sono nato a Wuhan alle quattro del mattino del giorno quattro del quarto mese dell’anno e quel maledetto numero è sempre stato il mio stigma. Al mio paese il quattro porta sfiga, sfiga da morire, perché la parola “sì”, il quattro in cinese, significa anche ”morte”. Nel mio caso, la iattura è multipla, visto che lo stesso monosillabo me lo ritrovo anche nel cognome.

Così, mia madre avrebbe preferito abortire, piuttosto che segnarmi irreversibilmente con questa maledizione.

Sin dai primi anni di scuola, i compagni usavano grattarsi le palle alla mia vista – giuro che anche i cinesi si grattano le palle – e le ragazze si limitavano a trattarmi come un appestato, non disponendo di analoghi esorcismi.

Crescendo, nonostante le buone doti e l’impegno, ero andato incontro a un insuccesso dopo l’altro; ogni volta, quella stupida superstizione aveva prevalso su tutti i miei sforzi, schiacciandomi come un moscerino stonato contro il muro del pregiudizio. Fino a quando, giunto incazzatissimo alla fine della prima giovinezza, lessi un libro sull’Occidente, sull’Europa, e compresi che c’era un posto dove il quattro era solo un numero come un altro.

Di lì a poco, raccolti i miseri risparmi, salutati genitori e fratelli, partii in autostop alla volta del nuovo mondo. Dopo circa sei mesi e centomila peripezie, raggiunsi dapprima la Germania, poi la Francia, e infine l’Italia, l’unico posto dove potevo spacciarmi per guaritore cinese e aprire una specie di studio, magari clandestino, per non pagare le tasse.

Così, a Matera, cominciai una nuova vita. All’inizio di merda. Tra i miei primi interventi ai poveracci della zona si annovera la spremitura di un enorme foruncolo sul deretano di una putrescente signora, tra gli applausi liberatori dei suoi degni parenti. Non vi dico il fetore di quella lava purulenta e il suo ammorbante calore nello spruzzarsi sul mio volto alla prima digitopressione… L’onorario fu una bella gallina, che mi guardai bene dallo spennare, e che divise con me un buon tratto di esistenza in terra straniera.

Di giorno praticavo agopuntura e massaggi, come era solita fare mia nonna a tutta la famiglia; di notte, studiavo il “Dialogo dell’Imperatore giallo con il suo consigliere”, il testo fondamentale della medicina cinese, anche se non ci capivo un cazzo. Combinai un bel po’ di casini, come quella volta che prescrissi un’erba purgante al posto di un antidiarroico, o quell’altra che fratturai il malleolo della salumiera, rovinandole addosso durante un consulto. Ma col tempo, a furia di esperienza diretta e di approfondimenti teorici, divenni quasi bravo, sicché dapprima il popolino, e poi anche la gente bene della città nuova, prese a frequentare il mio studio per farsi curare ogni genere di malanno del corpo, della mente e, perché no, anche dello spirito. C’erano signore grasse e rubiconde che stazionavano in permanenza dalle parti dello studio e altre, magre e lunghe come ferri filati, che venivano a trovarmi nottetempo, nella speranza di guarire ataviche carenze.

Con i miei connazionali avevo poco punto a che fare, visto che uno di loro non si sarebbe mai sognato di farsi curare da me neppure un’unghia incarnita.

Non guadagnavo molto ma consumavo poco e quindi misi da parte un bel gruzzolo. Ero felice, e di questa mia felicità s’inebriava il mondo. Il postino mi salutava di lontano, il barista mi serviva il caffè in tazza calda, la vicina di casa mi portava il babà appena sfornato. Quasi non si accorgevano più ch’ero un cinese, tanto mi trattavano come uno di loro. I tempi della sfiga erano solo uno spiacevole ricordo e del mio paese non provavo davvero alcuna nostalgia.

Tutto questo sino a quando, il 4 gennaio alle 4 del mattino non mi è arrivata una telefonata da parte di mio fratello Mǎ Yún da Wuhan che mi ha comunicato la morte di nostra madre a causa di una polmonite da corona virus.

Sono uscito di casa sconvolto e mi sono infilato nel bar all’angolo del mio studio per sfogarmi col barista.

Ciao amico, gli ho detto.

Salve, mi ha risposto, guardandomi in modo circospetto.

Vorrei un cornetto molto zuccheroso, purtroppo mia madre è morta stamattina e lei amava i dolci.

Silenzio.

Starà incazzato, mi sono detto.

Ma intanto, intorno a me i numerosi avventori tendevano ad allontanarsi guardandomi anche loro con un che di imbarazzato e timoroso.

Sul grande schermo dietro il barista andavano in onda le immagini della mia lontanissima e finora qui ignota città, che normalmente mi avrebbero incuriosito non poco e che ora mi sembravano inquietanti e fumose come una nube di smog che sporca l’orizzonte.

In studio non c’era nessuno dei soliti scocciatori e un solo paziente mi stava aspettando in piedi davanti alla porta.

“Dottor Sun, voglio dirti che non posso più venire per la mia frattura al polso. I cinesi portano la malattia e mia moglie non vuole che vengo più a trovarti. Le ho detto che mi faceva bene ma mi ha risposto che mi spedisce a dormire sul divano”.

La segretaria riferisce di tutte le visite disdettate. Saltata persino la lezione di Jet Koon Do, arte marziale da strada inventata dal mitico Bruce Lee, di cui mi sono improvvisato maestro un paio di anni fa. Eppure, in momenti come questi non c’è niente di meglio di un sano rifugio nell’astrazione meditativa del Dao.

Da quel maledetto quarto giorno è stato tutto un susseguirsi di evitamenti ed emarginazioni. Come glielo spiego alla gente che manco dalla Cina da anni e che non frequento cinesi? La mia pelle parla per me, molto più di qualunque marchio.

La paura emargina. I muri e i lager si costruiscono prima nelle nostre teste e poi ci cadono addosso.

Da allora nessuno viene più a curarsi l’ernia lombare o la sciatica, ho licenziato la segretaria e sto consumando il piccolo capitale che avevo messo da parte in questi anni di duro lavoro.

Com’è facile subire gli ondeggiamenti della sorte. La Sfiga è un refolo di vento birichino che sposta un vaso sul davanzale e tra mille teste centra proprio la tua, la macchia d’olio sulla tangenziale che ti fa schiantare con tutta la famiglia, la classica buccia di banana su cui chiunque potrebbe scivolare, oppure il frutto malsano di una semplice cazzata.

A differenza della sorellastra Fortuna, ci vede benissimo ma non guarda in faccia a nessuno.

Qualche volta è uno stato permanente dell’essere e talora persino una forma di giustizia divina.

 

Il primo racconto

https://www.scriptamoment.it/2020/03/13/carmina-viri-s-1-e-1-lincoronato/

 

 

 

 

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