Pietre di scarto o… Pietre d’angolo?

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di Alessio Pio D’Ippolito 

Riccardo Di Rocco 

Martina Florio 

Milena Poli 

studenti dell’I.S.I.S.S. “Fiani-Leccisotti”

Indirizzo Classico di Torremaggiore (FG)

“Dite ai giovani che il mondo esisteva già prima di loro e ricordate ai vecchi che il mondo esisterà anche dopo di loro.”

 In queste parole, pronunciate da Papa Paolo VI, è condensato il valore profondo di ciò che gli anziani  rappresentano in una società civile, che sia capace di apprezzarli, valorizzarli e proteggerli.

Il mondo classico ha sempre immaginato il saggio come un vegliardo, che dall’alto dei suoi anni e della sua esperienza guida il cammino delle nuove generazioni e ne custodisce gelosamente i valori e le tradizioni nella consapevolezza che, prima o poi, ci sarà il passaggio di consegne e che altri, all’altezza di questo delicato compito, dovranno prendere il suo posto.

Come non pensare alla figura leggendaria di Omero e ai padri che popolano i suoi poemi e che appartengono da sempre al nostro immaginario?

Come dimenticare il  venerabile e dignitoso Priamo che, nelle vesti di supplice, si inchina al fiero Achille e ne stempera l’ira ed il desiderio di vendetta per poter riabbracciare il corpo esanime del figlio Ettore?

 O il mite e buon Laerte, lacerato dalla lontananza di  Odisseo e consumato dagli anni, cui il figlio ritrovato consiglia di concedersi quei piaceri, che sono tipici della terza età ed  ampiamente meritati?

Come non contemplare il magnifico gruppo scultoreo del Bernini che, nel rievocare la fuga di Enea da Troia, lega  a doppio filo il Padre Anchise, il Figlio Enea ed il Nipote Ascanio, sottolineando la forza della continuità generazionale ed il rispetto del mos maiorum, su cui si fonda tutta la civiltà romana?

Il filosofo Platone, vissuto ad Atene tra il IV ed il III secolo a.C., affida il governo della città solo agli anziani, perché la saggezza e le virtù risiedono  nell’anima e non nel corpo, soggetto a decadimento e pura apparenza.

Il grande principe del foro romano, Cicerone, vissuto a Roma nel I secolo a.C, nel De senectute, sostiene che la vecchiaia è infelice, perché allontana dalle attività, indebolisce il corpo, priva di quasi tutti i piaceri, ma il senex, pur non svolgendo più i lavori dei giovani, ne fa altri, molto più seri e più importanti, con la forza della saggezza e dell’autorevolezza.

Nel mondo romano gli uomini d’età avanzata godevano di immenso prestigio:  il pater familias esercitava un’influenza senza precedenti all’interno della  gens, proprio in virtù della sua età, ed aveva persino  la vitae necisque potestas ( il potere di vita e di morte)  su tutti i membri della famiglia; le magistrature più importanti, salvo eccezioni, presupponevano la maturità degli anni, a partire dal Senato, l’istituzione più antica e potente di Roma.

Epoche come l’Umanesimo ed il Rinascimento, offuscate dalla bellezza e dall’energia che palpita nelle giovani vite, oppure i secoli che hanno respirato l’entusiasmo crescente per il decollo dello sviluppo scientifico, industriale e tecnologico, hanno marginalizzato sì  la terza età ma, nella realtà dei fatti, sono sempre state poi pronte a riabilitarla per incarichi prestigiosi, di grande responsabilità, che richiedono timonieri affidabili, custodi di un sapere, che nasce da esperienze pazientemente e sapientemente accumulate nel tempo.

“Un’eredità, dunque, ingombrante per le nuove generazioni, per certi aspetti troppo impegnativa, ma dinanzi alla quale  si inchinano ogni volta che, smarriti, cercano un’ancora di salvezza”

La società presente, vittima anch’essa dello stesso errore, sembra non aver recepito fino in fondo il grande insegnamento della storia! C’è qualcosa che, da sempre, contrappone i giovani agli anziani in una dialettica stringente che si sgretola, tuttavia, dinanzi alle emergenze della vita e della storia.

Ci si dimentica facilmente di quanto gli uomini di una certa età  siano importanti e di quanto la loro presenza invisibile, ma rassicurante e ben salda, ci dia l’impressione di saper camminare con le nostre gambe e di poter guardare al futuro senza voltarci indietro.

Eppure sono lì, nonostante tutto, indefessi, a guardarci le spalle, a proteggerci, a raccogliere la sfida degli anni che avanzano, sono sempre lì a prendersi cura dei loro affetti più cari e a servire la collettività nel migliore dei modi, soprattutto nei momenti più bui.

Cosa ne sarebbe di tante famiglie giovani, di tanti nipotini senza il sostegno amorevole ed insostituibile dei nonni?

Senza la loro energia, la loro vitalità, la loro voglia di collaborare e di cimentarsi in cose sempre nuove, proprio per essere al passo con i tempi, per non rimanere indietro ed essere dimenticati?

Che cosa ne sarebbe di tanti Stati se non ci fossero persone di comprovata esperienza, pronte a scendere in campo ancora una volta per il bene del proprio Paese e pronte ad affiancare i giovani?

L’oblio e la solitudine sono le cose che più spaventano gli anziani, ma la società moderna, così frenetica, non sempre si ferma a meditare e ad ascoltare la loro voce, considera un punto di forza la sua velocità e guarda alla lentezza del vecchio come ad un inarrestabile processo di involuzione, su cui non ci si può attardare, non riconosce in quell’atteggiamento pacato e ponderato la sintesi di una lunga esperienza, che invita all’essenziale e che non disperde le proprie energie girando a vuoto.

Ci basta garantire loro residenze,  senza dubbio meritorie, che possano offrire cure sanitarie o servizi socio-assistenziali e, a dire il vero, sono sempre di più gli anziani che decidono di rivolgersi a queste strutture, perché sono soli o perché non vogliono essere un peso per i loro cari.

 

Troppo spesso, però,  sottovalutiamo il loro gesto d’amore e la loro generosità, la loro capacità di sacrificarsi per noi, di rinunciare a quegli affetti per cui hanno speso tutta la propria esistenza. La pandemia, nella sua ferocia fulminea,  ha puntato i riflettori sull’anello più importante ma al contempo più fragile della nostra società e ci chiede un atto di amore e di grande responsabilità, ci chiede, una volta tanto, di non guardare al futuro, ma di voltarci indietro e di porgere una mano a chi, sempre in affanno per noi, ci ha guidato per mano ed ora chiede una mano per poter continuare a camminare con noi.

La grande scrittrice George Eliot diceva:

«Se la giovinezza è la stagione della speranza, lo è spesso solo nel senso che i più anziani sono pieni di speranza per noi.»

 

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