Artiste e muse oggi. Il magico e l’incorporeo di Martina Antonioni

 

di Dunia Elfarouk

Martina è nata vive e dipinge a Milano. Rappresenta l’estratto culturale più originale, sottilmente fuori dal coro e fuori fuoco e poeticamente più outsider di una Milano artistica in fase di risveglio. Ma mi sia da subito concesso precisare l’antinomia apparente appena introdotta: l’autrice rimane al di fuori e al di sopra di quel favoloso mondo indie e allo stesso tempo mainstream che imperversa e intasa la metropoli italiana. Ne ha ben poco o nulla a che fare.
Prima di incontrare l’artista, preferisco, da sempre, incontrare l’essere umano da cui ha origine l’opera d’arte stessa. Nel caso in esame, la sottile e longilinea figura di Martina ricorda la sinuosità malinconica delle donne di Waterhouse.
Appare eterea e mitologica in un abito fiorito come la Circe incantatrice e, in qualche modo alchimista e sacerdotessa, anch’ella, quasi fosse uscita dalla famosa tela del 1891 “Circe che porge una coppa a Ulisse”, accompagna alle sue opere esposte con la stessa eleganza timida e ammaliatrice. Compare, così, fuori dal tempo, in una prestigiosa galleria d’arte del centro milanese.
Martina ci porge i suoi depurati tratti, essenziali, scarnificati, come salmi o formule di canto. Per questo, forse, nelle sembianze, nella sensibilità e nella sua stessa produzione artistica ella più si avvicina alle tanto amate sirene del pittore preraffaelita. Eterea e impalpabile, compresenza di assenze e rivelazioni astratte.
Ne risulta che Martina è struttura, rappresentazione ed essenza delle sue opere. Poiché ella stessa diviene opera attiva e musa. In linea con le sue essenziali astrazioni vivide di femminilità pudica. Perciò vibrante. Percorsi di colore e pallore che paiono fluttuare come ombre d’acqua. Che salmeggiano come versi sacri ma su tela.
Martina Antonioni, dopo tutto, si rivolge principalmente al suo interno poetico, ai suoi lati più protetti. Diventa mentore delle sue stesse intimità per partorirle in un mondo quasi acquatico e sommerso. Per portarle ad un livello solo parzialmente visibile ad occhio nudo. Poiché, come avviene per la poesia pittorica di cui l’autrice è portavoce, il suo prodotto rimane comunque aerostatico e fortunatamente immateriale.
Movimenti diluiti e sottili tracciano la nudità dell’essenza, abbandonano ogni tratto corporeo. Cedono all’assenza di schemi, cadono vivi e spogli sulla tela.
Tracce di fuga e di presenza in una sinergica evoluzione. Il colore evita una collocazione precisa nei perimetri prefigurati. Non vuole essere nel presente. Ma neanche nel passato. Si comporta come l’immagine che Martina trasmette. Marittima e terrena. Mitologica e reale.

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