L’arte lingua del dialogo interreligioso
di Tommaso Galiani
Chi oggi vive in Europa pur provenendo da aree geografiche in cui la religione è stata, e spesso è ancora, il principale fattore d’identità, si trova inevitabilmente a confrontarsi con una visione più laica della società. Una visione che distingue abbastanza nettamente il sacro dal profano e che tende a porre la fede in una sfera essenzialmente privata. Ebraismo, Cristianesimo e Islam sono da sempre stati profondamente intrecciati con il corso degli eventi umani.
Nel Cristianesimo Dio si fa carne in Cristo, nasce da una donna e si sottopone alle leggi e alle sofferenze umane. Un’idea che ha trovato espressione potentissima nell’arte e, diciamolo, senza la Chiesa non avremmo molti dei nostri capolavori. Tuttavia il legame tra fede e immagini non è stato sempre privo di ambiguità. Sarà il Concilio di Trento a chiarire la distinzione tra l’adorazione riservata a Dio e la venerazione delle immagini, semplici rimandi simbolici al divino. I calvinisti preferirono adottare un’arte sobria, se non del tutto assente, come dimostrano gli interni spogli delle chiese riformate o la pittura olandese del Seicento, concentrata essenzialmente su scene quotidiane e nature morte. Per Lutero le immagini potevano essere utili alla diffusione della fede, purché non diventassero oggetto di culto. Se l’arte ebraica è stata spinta verso l’astrazione e il simbolo, l’Islam ha preferito la calligrafia, la geometria e l’ornamento, come per esempio si può costatare nelle decorazioni dell’Alhambra di Granada.
Anche il Buddhismo ha riflettuto a lungo sul ruolo delle immagini. Nelle statue del Buddha – come quelle colossali di Bamiyan (distrutte dai talebani nel 2001) o nei raffinati Buddha zen giapponesi – l’immagine non è solo un idolo, ma uno strumento di meditazione, un modo per fare esperienza del divino o dell’illuminazione. Analizzare i percorsi storici e artistici delle religioni non significa volerne stemperare le differenze o addirittura negarle, ma semplicemente imparare a leggerle. Il confronto può divenire uno strumento di educazione civica prima ancora che culturale. Capire come una tradizione abbia preso forma, quali immagini abbia accolto o rifiutato, quale rapporto abbia intrattenuto con il potere aiuta a riconoscere l’altro come portatore di un senso e non come minaccia. In questo quadro, mostre ed esposizioni tematiche potrebbero essere pensate non come semplici raccolte di oggetti, ma come studiati accostamenti degli stessi. Percorsi di questo tipo interesserebbero un visitatore disposto al confronto e alla comprensione, magari qualcuno dubbioso ma sicuramente non un estremista, su cui un dialogo di questo tipo difficilmente potrebbe avere presa e che, anzi, molto probabilmente rifiuterebbe in partenza.
Si potrebbe proporre una riflessione sugli angeli quali figure di mediazione tra l’umano e il divino, presenti in molte tradizioni religiose e culturali, ma declinate in forme, funzioni e linguaggi differenti. Maria, venerata soprattutto nel Cristianesimo cattolico e ortodosso, nella cultura islamica è grandemente onorata tanto quanto nelle religioni Bahá’í e Druzi. Un’esposizione dedicata alla rappresentazione del sacro potrebbe comunque affiancare una Madonna rinascimentale, una pagina di Corano calligrafata, una menorah e una statua buddhista, spiegando non solo “cosa” si sta vedendo, ma perché e quando determinate “forme” sono nate in alcuni culti e non in altri. Un visitatore non sarebbe invitato a scegliere, ma a comprendere. Altri eventi potrebbero concentrarsi su concetti condivisi come la memoria, il sacrificio, la preghiera, il pellegrinaggio. Mostrerebbero come ciascuna religione li abbia tradotti in immagini, percorsi viari, architetture o simboli. Pensare, ad esempio, a un confronto tra la Mecca, Gerusalemme e Roma non come luoghi in competizione, ma come spazi simbolici costruiti in nome del culto, aiuterebbe a percepire la pluralità come un dato strutturale dell’esperienza umana.
Un approccio di questo tipo potrebbe davvero rendere evidente che il confronto non è una minaccia all’identità, bensì una condizione per renderla semplicemente consapevole. La conoscenza, mediata dall’arte e dalla sua lettura storica, può davvero trasformare il dialogo in uno strumento di convivenza. Musei e spazi espositivi potrebbero diventare veri e propri laboratori di cittadinanza, capaci di insegnare che il rispetto nasce dalla comprensione e non dal silenzio spacciato per “politicamente corretto”.
FOTO: di Tommaso Galiani