La rinascita dei borghi passa dalle comunità
di Tommaso Galiani
Per anni si è pensato che la salvezza dei borghi delle aree interne passasse quasi esclusivamente dal turismo e dai finanziamenti per tenere in piedi ciò che era sopravvissuto al tempo e all’incuria. Una visione che ha spesso trascurato un elemento decisivo, in altre parole che i luoghi non sono solo costituiti da edifici o attrazioni, ma da comunità vive, fatte di relazioni, bisogni quotidiani e prospettive. È grazie a delle comunità consapevoli e protagoniste che la conservazione del patrimonio – materiale e immateriale – diventa un processo naturale e non folclorico. Sono le testimonianze degli abitanti, affiancate a studi storici e archivistici, che permettono di cogliere le trasformazioni in atto e d’immaginare politiche capaci non solo di contrastare l’abbandono, ma anche di attrarre nuovi residenti.
Uno dei problemi più concreti dei borghi resta l’accessibilità. Ripensare la mobilità significa ridisegnare lo spazio pubblico e il modo di vivere un paesaggio, senza per questo doverlo deturpare. Servizi di mobilità elettrica, trasporti integrati e persino forme di condivisione di viaggi, gestite dagli stessi abitanti, potrebbero essere alcune ipotesi per rendere determinati territori non solo più accessibili ma anche più inclusivi per cittadini e visitatori. Il turismo nelle aree interne non è una novità, ma ciò che è cambiato è lo sguardo. Dopo la pandemia è cresciuto l’interesse per il turismo di prossimità, open air, lento e più attento alla qualità dell’esperienza. Cammini, ciclovie e greenways sono divenuti veri e propri ponti tra città e borghi, nonché occasioni di collaborazione tra enti pubblici, imprese, associazioni e Terzo settore.
La vera sfida, però, è evitare che i paesini si trasformino in musei a cielo aperto o in parchi tematici per ospiti del week end. Servono progetti civici, capaci di fare di queste realtà urbane non un’anonima successione di bed&breakfast ma luoghi davvero abitati in cui tradizione e innovazione possano dialogare. Tuttavia, nessuna strategia di rigenerazione può dirsi davvero credibile se non affronta prima di tutto il nodo della sanità di prossimità. Per famiglie, anziani e nuovi abitanti, la possibilità di raggiungere in tempi certi presidi ospedalieri, ambulatori, medici di base e servizi d’emergenza rappresenta una condizione imprescindibile. In molti casi, invece, la distanza fisica e psicologica dai servizi sanitari resta uno dei principali fattori di spopolamento di questi centri a bassa densità abitativa.
In quest’ottica andrebbe analizzata anche la recente proposta presentata dal senatore Domenico Matera (FdI) alla Commissione Finanze del Senato per incentivare il rientro in Italia dei pensionati italiani residenti all’estero da almeno cinque anni, offrendo loro agevolazioni fiscali a condizione che scelgano di insediarsi nelle aree intermedie, periferiche o ultraperiferiche della SNAI (Strategia nazionale per le aree interne). Si tratta di una misura che potrebbe anche rappresentare un’opportunità interessante per contrastare l’esodo e riattivare economie locali, ma che rischia di restare inefficace se non accompagnata da investimenti reali nei servizi essenziali, a partire proprio dai trasporti e dalla sanità. Attrattività fiscale e qualità della vita devono necessariamente procedere insieme, soprattutto per un target anagraficamente non più giovane. Senza servizi accessibili e affidabili, nessun incentivo economico potrà trasformarsi davvero in una scelta di vita stabile.
FOTO: di Tommaso Galiani