di Tommaso Galiani

Recenti accadimenti di cronaca hanno riaperto l’annosa discussione sulla possibile chiusura dell’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia, tematica che tocca una tra le decisioni più delicate della storia industriale italiana. Non si tratta, infatti, solo della sorte di uno stabilimento, ma di una scelta che intreccia salute, lavoro, sicurezza nazionale, ambiente, cultura e identità di un’intera città. Ogni semplificazione rischia, per questo, di tradire la complessità della vicenda. Per Taranto questo comparto industriale è stato, al tempo stesso, fonte di reddito e causa di sofferenza. Ha garantito occupazione diretta e indiretta, ma ha anche prodotto un impatto ambientale e sanitario che oggi appare difficilmente contestabile. Tuttavia, una chiusura totale e rapida rischierebbe di produrre una desertificazione sociale, economica e demografica, rendendo la città dei due mari solo apparentemente libera dall’inquinamento ma realmente priva di prospettive. Il vero nodo non è, dunque, solo l’interruzione della produzione in sé, ma ciò che la dovrebbe precedere e, soprattutto, ciò che la potrebbe seguire.

La promessa di una seria bonifica ambientale è centrale in questo discorso, ma è anche la più fragile. L’esperienza di Bagnoli, ex area siderurgica alle porte di Napoli, pesa come un monito. Ci sono stati decenni di annunci, cifre enormi investite e risultati deludenti. Il fallimento non è stato solo tecnico, ma soprattutto politico e amministrativo. Taranto rischierebbe di fare la stessa fine se un qualsiasi risanamento fosse concepito più come uno slogan che come un processo inevitabilmente lungo, costoso e complesso. Bonificare significherebbe scavare molto, rimuovere tantissimo, isolare al massimo, monitorare per decenni. Bisognerebbe accettare anche l’ipotesi che alcune aree potrebbero non tornare mai davvero incontaminate. Pensare che una chiusura possa restituire in breve tempo e automaticamente un territorio sano è davvero un’illusione pericolosa. Taranto possiede un patrimonio naturale straordinario e un litorale potenzialmente competitivo sul piano turistico. Tuttavia, vaste porzioni di costa sono compromesse da inquinamento, da sedimenti contaminati e da scarichi industriali accumulatisi nel tempo. Sarebbe auspicabile far tornare balneabili alcune parti, certo, non dimenticando però che un turismo strutturato richiede certezze, controlli costanti, servizi, accessibilità e un racconto credibile del territorio. Pensare di competere con altre destinazioni senza affrontare seriamente questi nodi rischierebbe di produrre solo un escursionismo accidentale e di basso valore aggiunto.

Le infrastrutture rappresentano un altro punto cruciale. Stiamo parlando di una città dalla forte vocazione strategica, legata in particolare alla presenza del porto militare. Fino a pochissimi anni fa non ci avremmo pensato neppure, ma nell’attuale contesto geopolitico, segnato da instabilità e da vicini conflitti, considerare lo smantellamento bellico dell’ancoraggio appare, oltre che poco fattibile, avventato per la sicurezza nazionale. Più sensata sarebbe una riflessione su un possibile ridimensionamento funzionale e sulla riconversione parziale – ove possibile – solo di delimitate aree verso usi civili, inclusi quelli turistici. Le crociere, a ogni buon conto, non possono essere viste come una panacea, perché rischiano di diventare solo una successione di visite rapide dai benefici economici molto limitati, scortate da un aumento dei prezzi per i cittadini. Il dibattito non può prescindere da un’altra questione più ampia, ovvero dove e come realizzare l’acciaio. La pandemia Covid ha mostrato in modo brutale quanto sia rischioso dipendere totalmente dall’estero, soprattutto per i beni strategici. La delocalizzazione spinta ci ha resi vulnerabili, incapaci di reagire rapidamente alle emergenze. Rinunciare a una produzione siderurgica nazionale significherebbe accettare una dipendenza strutturale in settori chiave, con conseguenze economiche e strategiche non trascurabili. Non dimentichiamo che quelli che per decenni abbiamo considerato sicuri alleati potrebbero sempre trasformarsi in concorrenti, se non addirittura in antagonisti militarizzati. Questo non implica il dover o voler difendere modelli produttivi obsoleti e inquinanti, ma interrogarsi seriamente su come mantenere una capacità industriale interna attraverso tecnologie più pulite e sostenibili. Non ultima, c’è la questione dell’identità e del futuro simbolico di Taranto. Negli ultimi anni si è spesso evocato il “modello Bilbao”, in altre parole la trasformazione di una città industriale in un polo attrattivo grazie a un grande investimento iconico.

L’antica colonia spartana pugliese possiede un patrimonio eccezionale, con il Museo Archeologico Nazionale (MArTA) come punta di diamante, oltre a una storia millenaria che poche città europee possono vantare. Tuttavia, il paragone con Bilbao va maneggiato con cautela. Il successo basco è stato il risultato di una strategia integrata fatta d’infrastrutture, di un’architettura simbolica priva di vincoli, di un accurato marketing internazionale e di un’evidente coesione istituzionale. La cultura, purtroppo, non basta se resta isolata in una situazione conosciuta essenzialmente per l’inquinamento, per le morti sul lavoro e per l’alto tasso tumorale. Il turismo, in questo quadro complessivo, non andrebbe pensato come una sostituzione dell’industria, ma solo come parte di un possibile e nuovo equilibrio finanziario. L’economia culturale, ambientale e marittima potrebbe crescere nel tempo, generando occupazione diffusa e migliorando la qualità di vita, ma difficilmente potrebbe assorbire l’impatto occupazionale che seguirebbe la chiusura delle Acciaierie d’Italia. Prescindendo in questa sede su chi dovrebbe o potrebbe investire in tal senso, la vera sfida potrebbe essere costruire progressivamente un modello ibrido, capace di integrare industria rinnovata, servizi, cultura, logistica e turismo, evitando l’illusione che una sola leva possa risolvere problemi strutturali accumulati in decenni. Taranto non ha bisogno di promesse salvifiche, ma di un progetto serio, lungo e non indolore.

 


FOTO: di Tommaso Galiani

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