di Tommaso Galiani

Le lotte armate lasciano dietro di sé macerie, ferite urbane e luoghi svuotati del loro ruolo originario. Nonostante ciò, in molte città edifici religiosi gravemente danneggiati o distrutti dai conflitti sono stati ricostruiti, recuperando l’antica funzione e tornando punti di riferimento. Il ripristino non ha riguardato solo i muri, ma ha rappresentato una scelta di continuità storica, capace di trasformare la distruzione in memoria condivisa. Nonostante ciò, oggi, diverse chiese, conventi e complessi monastici si trovano privati della loro funzione originaria a causa delle trasformazioni demografiche, della secolarizzazione e dei mutamenti nelle pratiche di culto. Ripensare queste strutture può rappresentare una strategia efficace, in alcuni casi l’unica possibile, per evitarne l’abbandono e il degrado, garantendone manutenzione e accessibilità. Ciò non elimina, tuttavia, gli interrogativi sulla legittimità della loro trasformazione in spazi commerciali, residenziali o ricreativi.

Se la Boekhandel Selexyz Dominicanen di Maastricht (XIII secolo) è stata trasformata in una libreria, nell’ex chiesa di Saint-Antoine de Padoue a Forest, nel territorio metropolitano di Bruxelles, è stata ricavata una palestra d’arrampicata. In Italia, nel quartiere di Marghera (Venezia), le pareti esterne della chiesa di Gesù Lavoratore sono utilizzate annualmente per attività di arrampicata e boulder all’aperto. Quest’utilizzo, interpretato dalla Biennale di Architettura 2023 come esempio di rigenerazione urbana, non configura però una palestra vera e propria. In Italia l’approccio più maturo alla rifunzionalizzazione delle strutture religiose sembrerebbe consistere in linea di massima nel rifiuto di soluzioni radicali a favore d’interventi misurati, reversibili e criticamente consapevoli.

Del resto, la teoria del restauro, come elaborata da Alois Riegl e Cesare Brandi, offre strumenti concettuali solidi per comprendere e gestire adeguatamente determinate complessità. Ci sono, tuttavia, alcuni esempi in cui al posto di un altare oggi abbiamo il forno di una pizzeria. Lo Stato, obiettivamente, non può farsi carico del restauro e della gestione di un patrimonio esteso come il nostro. La difficoltà di mantenere economicamente determinati complessi monumentali non è certamente da sottovalutare, ma è auspicabile che un orientamento “sensato” non venga meno a prescindere, anche alla luce di determinate implicazioni sociologiche. Se non ci sono alternative, ben venga anche l’utilizzo turistico per i grandi complessi monasteriali, piuttosto che abbandono e crolli, non dimenticando però che la progressiva secolarizzazione non ha eliminato del tutto il bisogno di ritualità. Il sacro, è vero, si esprime sempre più in forme individuali e diffuse, ma ciò non implica il dover considerare tutte le costruzioni nate per esigenze cultuali come semplici spazi da riempire o da destinare a usi casuali. Esse sono parte integrante delle città e dei paesaggi.

Ne hanno definito la forma, i percorsi e i punti di riferimento. Anche quando non svolgono più la loro funzione originaria, dovrebbero continuare a raccontare una storia collettiva fatta di trasformazioni e continuità, non di banalizzazioni panoramiche. Un progetto di riuso attento e consapevole può trasformare questi luoghi in risorse, non necessariamente economiche, restituendo loro un ruolo attivo nella contemporaneità. Se ripensati con rispetto, possono diventare spazi capaci di rispondere ai nuovi bisogni senza per questo perdere la loro dignità ideativa e il legame con un passato significativo.

 


FOTO: di Tommaso Galiani

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