di Enzo Varricchio

(dalla postfazione al volume di Francesco Scorrano ed Ermes Strippoli: “Antonio de Viti de Marco: un grande economista di ieri per gli studenti della scuola di oggi”, Italiano/inglese, Edizioni Scripta Moment, gennaio 2026, prefaz. di Michelino Valente)

Questo non è un libro come gli altri.

È la prova tangibile che giovani studenti di una scuola qualunque di un posto qualsiasi del nostro meraviglioso Paese possono cercare e trovare risposte a domande che spesso gli adulti non si pongono più. Nonostante si tenda a pensare il contrario, i nostri figli sono e saranno sempre migliori di noi. Bastano pochi semi e qualcosa germoglia, cresce e crescerà per produrre buoni frutti che sfameranno il nostro futuro. Se il coltivatore o la coltivatrice (la parola “cultura” viene dal verbo latino cŏlo, che significava “coltivare”) saranno saggi e scrupolosi, non dimenticando mai la cura del proprio giardino, il nostro raccolto sarà migliore. Noi adulti, genitori e docenti, siamo il coltivatore dell’orto, ma anche il trigger, l’innesco per l’esplosione della loro voglia di conoscenza.

Una volta accesa la miccia, fanno tutto da soli. Ermes e Francesco sono due ragazzi speciali, come speciali sono tutti i ragazzi, pronti a volare purché qualcuno creda in loro, abbia fiducia nei loro mezzi, investa nella loro crescita.Sapere è potere” è il motto che hanno fatto proprio ma sono consci anche che sapere è soprattutto libertà: libertà di pensare, di parlare e di agire nel rispetto degli altri, libertà di porsi domande e di non farsi condizionare dai pregiudizi e dalle fake news.

Questo libro è un dono che i ragazzi hanno fatto alla loro scuola prima di lasciarla, con l’intento di affidare ad altre studentesse e studenti il compito di migliorare il loro lavoro in avvenire. Francesco ed Ermes, appassionati di economia e d’informatica, si sono prefissi uno scopo tanto nobile quanto, solo apparentemente, scontato; quello di conoscere e valorizzare il personaggio al quale la loro scuola è dedicata: Antonio de Viti de Marco, una delle figure cardine nella storia del pensiero economico italiano e internazionale tra Otto e Novecento, soprattutto nel campo della scienza delle finanze, di cui è considerato padre fondatore, insieme a Maffeo Pantaleoni e a Ugo Mazzola. Tra i suoi docenti, figura Angelo Messedaglia, la cui influenza metodologica, basata sull’unione di analisi statistica e teoria economica, è rintracciabile nelle prime opere di de Viti de Marco.

Il castello de Viti de Marco, Casamassella. PH: ©Enzo Varricchio, 2025

Chissà che anche Ermes e Francesco, non possano un domani ascendere come lui ad alte vette, non dimenticando i docenti che oggi hanno contribuito allo sviluppo del loro humus intellettuale. Tornando però a de Viti de Marco, la lucidità di analisi, il rigore metodologico e la capacità di collegare teoria economica e realtà politica, ne fanno un personaggio di straordinaria rilevanza, il cui pensiero tuttavia è ancora oggi studiato e discusso nel mondo, specialmente nell’ambito della statunitense Public Choice Theory (Scuola della Scelta Pubblica).

Ebbene, oggi, la memoria di questo fulgido esempio di intellettuale di un Sud che pensava in grande, coniugando meridionalismo e cosmopolitismo, è alquanto negletta e abbisogna di un’approfondita riscoperta. Una riscoperta che i due giovanissimi Autori di questo volume, pugliesi come lui, hanno sentito di avviare, con la speranza che poca favilla gran fiamma secondi.

Così, Ermes e Francesco, sfruttando le conoscenze acquisite nel corso degli studi, hanno cominciato a domandare, a cercare, a studiare e a ricostruire trame di vicende e di pensiero, interagendo proficuamente con la loro classe e con i docenti. Sono riusciti a calare il contesto biografico-famigliare di de Viti de Marco nelle vicende storiche e politiche della sua epoca. Si sono soffermati sulle sue opere principali, sulle sue teorie più significative e su quelle tra di esse che conservano maggiore attualità. In tal modo, hanno reso concreta la nozione teorica appresa a scuola, della “Scienza delle Finanze” quale disciplina che studia come i governi statali (e locali) raccolgono e spendono le risorse economiche per soddisfare i bisogni pubblici, approfondendo le regole e i metodi per gestire il “portafogli” della nostra casa comune: l’Italia. Hanno anche compreso come sia diversa la teoria dalla pratica del management pubblico e quanto siano complicati tali meccanismi per i cittadini comuni, chiamati tuttavia a votare per coloro che assumono le decisioni. Si sono accorti che la scienza delle finanze di de Viti de Marco si fondava su basi liberali, individualistiche e volontaristiche, non su approcci cameralistici, organicistici o puramente giuridici come quelli dei suoi predecessori, ovvero dirigistico-verticistici come quelli degli odierni decisori.

Antonio de Viti de Marco emerge, invero, quale figura centrale nel panorama intellettuale e politico italiano a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Nato a Lecce in un’epoca di profonde trasformazioni seguite all’Unità d’Italia, la sua vita e il suo pensiero si intrecciarono con le sfide economiche, sociali e politiche del giovane Regno, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della scienza economica e al dibattito pubblico. Insegnò sin dal 1883 e, per oltre quarant’anni, dal 1887 fino al 1931, resse la cattedra di scienza delle finanze presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, mantenendo sempre un costante rapporto con le giovani generazioni. Egli applicò rigorosamente il metodo dell’economia pura, basato sulle scelte razionali degli individui, allo studio dei fenomeni finanziari dello Stato, utilizzando al contempo gli strumenti microeconomici dell’analisi della domanda e dell’offerta di beni pubblici.

Stemma baronale de Marco, Casamassella. PH: ©Enzo Varricchio, 2025

Uno dei meriti di Antonio de Viti de Marco è stato quello di aver elevato la Scienza delle Finanze da disciplina prevalentemente descrittiva o normativa a vera e propria scienza teorica, dotata di un oggetto e di un metodo d’indagine specifici. Criticando la netta separazione tra “scienza” ed “arte” economica, allora indiscussa, propose di ricondurre lo studio dell’attività finanziaria dello Stato alle leggi generali dell’economia politica, spiegando le deviazioni osservate nella realtà come effetto di fattori politici. Il suo scopo era fondare la finanza pubblica sull’analisi dei bisogni e delle scelte individuali. Il suo primo lavoro importante in questo campo, Il carattere teorico dell’economia finanziaria del 1888, pose le basi metodologiche per tale approccio, introducendo idee che sarebbero state sviluppate sistematicamente nelle opere successive. Attraverso il Giornale degli Economisti, egli contribuì in modo decisivo alla diffusione delle nuove idee marginaliste, contrastando l’influenza della “Scuola Storica” tedesca, allora dominante in Italia e tendenzialmente più favorevole all’intervento statale.

De Viti de Marco si colloca, per queste e per molte altre ragioni, tra i protagonisti dell’affermazione dell’indirizzo marginalista negli studi economici italiani, accanto a Pantaleoni, Pareto e Barone. Egli vide lo Stato non come un’entità astratta ma come un’organizzazione creata dagli individui per soddisfare bisogni collettivi che non potrebbero soddisfare singolarmente. Di qui, la Teoria dello “Stato Cooperativo” contrapposto allo “Stato Monopolistico”, forse la sua intuizione più originale. De Viti de Marco fu un fervente liberista e liberale e mai come in questo momento di “Guerra dei dazi” torna attuale la sua aspra critica al protezionismo doganale, visto come una forma di tassazione occulta a vantaggio di pochi gruppi industriali (tipico dello Stato Monopolistico o di degenerazioni dello Stato Cooperativo) e a danno della collettività, in particolare dei consumatori e dell’agricoltura meridionale.

Mai come in questo momento è altresì prezioso il suo esempio di alta dirittura morale e di fervido impegno politico, coerente con le sue idee: fu deputato per oltre vent’anni, eletto nelle file del Partito Radicale; si oppose fermamente al fascismo, rifiutando il giuramento di fedeltà al regime nel 1931, venendo per questo privato della cattedra universitaria.

La peculiarità di de Viti de Marco risiede nella sua capacità di coniugare ruoli diversi ma interconnessi: è stato un accademico rigoroso, riconosciuto come fondatore della teoria pura della finanza pubblica e ispiratore della public choice; un politico attivo, deputato radicale e leader del movimento antiprotezionista; un pensatore liberale coerente e intransigente, la cui opposizione al fascismo rappresentò il culmine di un impegno civile durato tutta la vita. E’ infatti inscindibile il legame tra l’elaborazione teorica di de Viti de Marco e il suo impegno politico e civile. Le sue battaglie contro il protezionismo e a favore del Mezzogiorno non furono semplici prese di posizione politiche, ma rappresentarono l’applicazione diretta e la verifica concreta dei suoi principi economici liberali e della sua concezione dello Stato.

Del così vasto e obliato patrimonio intellettuale di de Viti de Marco occorre riappropriarsi da parte degli italiani e in soprattutto da parte degli economisti meridionali.

Complimenti e grazie, dunque, ai nostri ragazzi, ai loro docenti, che hanno acceso in loro la miccia del sapere, e alla loro scuola, l’Istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Antonio de Viti de Marco” di Triggiano, nel quale i loro giovani talenti hanno trovato terreno fertile e concime morale e intellettuale per fruttificare.

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