Le ancestrali sentinelle del Carnevale
di Tommaso Galiani
Prima che la religiosità natalizia ceda il passo alla Quaresima, incredibili sentinelle pagane si destano ed emergono dal legno intagliato, dal cuoio consumato o prendono vita tra le abili mani di raffinati artigiani. Parenti strette dei mascheroni scolpiti sugli architravi, non articolano parole, perché non sono nate per il glossario degli uomini ma per la loro mente. Il lessico, infatti, muta con le generazioni, si raffina, si perde, mentre loro devono restare fedeli a specifiche gestualità. I Krampus dai volti demoniaci, con gli zoccoli, le corna contorte e le urla spezzate, non sono il male, ma il suo argine. Scatenati e angoscianti, questi uomini-caproni incarnano la paura necessaria a renderlo visibile e, quindi, governabile. In territori dell’Austria, della Baviera, della Croazia, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria e della Slovenia, così come in determinate aree dell’Italia settentrionale, scorgendoli, i bambini tremano ancora nel dubbio d’esser stati “cattivi”.
Gli adulti sorridono, ma solo fino a un certo punto, dei loro ruten. I Mamuthones avanzano lenti nel carnevale di Mamoiada, in Sardegna. Il loro volto immobile è come la facciata di un edificio di culto pagano che incede. Con addosso un vello bigio, non rappresentano gli antenati, ma ci fanno comunque tornare all’età nuragica, divenendo soglia vitale tra contemporaneo e arcaicità. L’individuo scompare per lasciare visibilità a passi strascicati che, carichi del peso di campanacci risonanti, scandiscono il tempo della purificazione, del raccolto, del passaggio stagionale. Gli Issohadores li accompagnano. Sono abbigliati di bianco, rosso e nero, portano una berretta e una fune con la quale catturare le giovani donne, simbolo di fertilità. I Mamuthones, però, non hanno solo loro ad accompagnarli. Hanno diversi “complici” non di prossimità ma presenti in buona parte delle Barbagie e nell’ Ogliastra , così come nell’area dell’Egeo, nel Portogallo, in Svizzera, nei Balcani e perfino in Scandinavia. Altra cosa può sembrare Venezia, ma anche qui il gioco è lo stesso: nascondere per rivelare, proteggere, mostrando. La Bauta, infatti, scivola tra le calli deserte prima dell’alba, con il volto celato e un lungo mantello nero, come un’ombra elegante e degna di rispetto aristocratico.
Immortalata dal pennello di artisti come Pietro Longhi (1701-1785) e Francesco Guardi (1712- 1793), continua a difendere gli spiriti erranti dall’eccesso d’identità, ricordando loro che, nel tempo del rito, non si è individui ma semplici figure. Intanto, la Rumita di Satriano in Lucania, disumanizzata, si muove ricoperta d’edera e di rami; le apparenze zoomorfe e selvatiche di Alessandria del Carretto e di Castrovillari fanno baccano, tanto quanto i campanacci e le figure animalesche dell’area murgiana e subappenninica della Puglia. Le osservano, perplessi, il pulcinella calabrese e il suo più giovane collega campano. Sono troppo distanti dal Piemonte e dal Trentino le cui maschere di legno intagliato ridono, urlano e gesticolano, ravvivando i borghi e tenendo lontano qualsiasi antagonista. Chiunque può indossarle, perché, quando il Carnevale raggiunge il culmine, il mondo diviene un teatro il cui palco è la strada con le architetture urbane come scenografie. Il pubblico ride, sussulta e a nessuno è davvero concesso chiedere spiegazioni. Perché il mito è lì, presente, non più come un racconto lontano ma come una forza attiva che rinnova il tempo dell’umano, cercando di esorcizzare ogni incognita nefasta. Quando la festa finisce, le maschere tornano immobili, dando nuovamente spazio alla religione.
Non muoiono, restano in attesa. Guardiani di confine, tra un dentro e un fuori, tra inverno e primavera, tra ordine e disordine, dovranno ricordarci di nuovo che per proteggersi bisogna, talvolta, avere il coraggio di farsi mostro. Torneranno, quindi, a essere testimoni di un linguaggio performativo, archivi viventi di un sapere che non ha bisogno di parole. Sono e rimarranno cerimoniale e leggenda, congiuntamente, in grado di trasformare l’ignoto in forma, il mutismo in senso, il ritmo in allarme e la paura in arte.
FOTO: di Tommaso Galiani