Un “Kubus” di luce come respiro della Stoccarda industriale
di Tommaso Galiani
Stoccarda è notoriamente una città di motori, d’officine e di precisione progettuale. Il ritmo dell’industria ne ha causato la distruzione e ne ha scandito la crescita, modellando il carattere urbano e l’identità degli abitanti. Nel cuore del suo centro abitato, però, sorge un edificio che sembra quasi voler raccontare un’altra storia, quella di una comunità che non dimentica che il futuro ha bisogno, oltre che di tecnica, anche d’immaginazione, di pensiero critico e creativo.
Questo luogo è il “Kunstmuseum Stuttgart” che, inaugurato nel marzo 2005, si presenta come un cubo di vetro, semplice, rigoroso, quasi fosse un oggetto industriale trasformato dalle trasparenze e dalla luce in un luogo poetico. Posizionato nella Schloßplatz e nella Königstrasse di giorno riflette il cielo e i passanti e di notte si accende come una lanterna, lasciando intravedere il suo cuore lapideo. L’architettura, progettata dai berlinesi Hascher e Jehle, è essenziale, contemporanea e dialoga con la città senza imporsi. Gran parte dei suoi spazi si nascondono sotto terra, come a ricordare che, così come le radici di un albero, la cultura sostiene tutto ciò che poi affiora. Al suo interno racconta il Novecento nelle sue innumerevoli varianti. I dipinti di Otto Dix, intensi e talvolta spietati, parlano di una modernità inquieta, mentre le ricerche astratte e contemporanee palesano le più recenti forme d’espressione. Spazi educativi, visite pensate per i più piccoli e laboratori creativi trasformano quello che i cittadini chiamano colloquialmente “Kubus” anche in uno spazio di scoperta e di gioco. Le opere di Willi Baumeister , Adolf Hölzel, Dieter Roth, Joseph Kosuth, Rebecca Horn, Josephine Meckseper o di Massimiliano Pironti diventano così racconti, i loro colori occasioni di dialogo, le loro forme strumenti per imparare a osservare il mondo. Stoccarda s’inserisce in una costellazione europea di città industriali e post-industriali che hanno scelto la cultura come strumento di rigenerazione.
Come il londinese “Tate Modern”, nato in un’ex centrale elettrica affacciata sul Tamigi, o il “Guggenheim” di Bilbao, che ha trasformato un’area portuale in un simbolo internazionale di rinascita urbana, anche il “Kunstmuseum Stuttgart” afferma che l’arte può ridefinire il rapporto tra storia, lavoro, spazio urbano e nuove identità. In Italia, lo stesso spirito anima realtà come il “MAXXI” di Roma, che innesta la contemporaneità in un tessuto storico complesso, o il “Museo del Novecento” di Milano, affacciato su Piazza Duomo, ma profondamente legato alla vocazione produttiva meneghina. A Torino, città-fabbrica italiana per eccellenza, istituzioni come il “Castello di Rivoli” e le “Officine Grandi Riparazioni”, ubicate in un imponente complesso di archeologia industriale, raccontano come un passato essenzialmente produttivo possa diventare terreno fertile per nuove forme di creatività. Il “Kunstmuseum Stuttgart” non è solo un museo ma una dichiarazione d’intenti. Ci dice che una città può continuare a essere efficiente senza per questo essere priva di anima, ci fa comprendere che in questo cubo luminoso ci si può rapportare con una genialità solo apparentemente non redditizia. Educare all’arte significa, infatti, seminare qualcosa che non produce profitto nell’immediato, ma che costruisce sensibilità e acume interpretativo per affrontare al meglio le variabili del futuro. È un investimento silenzioso ma essenziale.
FOTO: di Tommaso Galiani