di Tommaso Galiani

A prescindere dalle convenzioni, c’è anche una Milano che non corre, una realtà urbana che, a suo modo, sa ascoltare. È quella fatta di pietra chiara, di silenzi custoditi, di passi che risuonano sotto i portici, quando non c’è la frenesia dello shopping. A questa città interiore sembra essere dedicata la mostra Giorgio Armani. “Milano per amore” tra le sale di Brera, allestita nelle sale della Pinacoteca di Brera dal 24 settembre 2025 e prorogata fino al 3 maggio 2026. Severa e gentile, concreta e poetica, capace di amare senza clamore, la città ambrosiana ha insegnato ad Armani il valore del rigore, della misura, del lavoro taciturno.

Il quartiere in questione, poi, non è unicamente il contenitore dell’allestimento, ma uno dei suoi protagonisti invisibili. È qui che creatività e funzionalità si sono spesso intrecciate, tra accademie e botteghe, tra conversazioni notturne e mattinate un tempo avvolte dalla nebbia che sfumava i contorni e rendeva tutto più essenziale. Entrare nelle sale della pinacoteca, poi, significa varcare una soglia simbolica oltre la quale l’arte diviene respiro di un’identità. Anche per questo, forse, le opere di Armani non si sovrappongono ai dipinti, non pretendono uno spazio autonomo, referenziale, ma ci dialogano rispettosamente. Le centoventi creazioni sembrano muoversi come presenze discrete, come importanti spettatori che conoscono il loro valore, ma anche l’educazione del silenzio.

Gli abiti di Armani, del resto, non hanno mai avuto bisogno di gridare, al massimo hanno suggerito la loro evidente eleganza fatta di tagli, dettagli e tessuti. Anche in questo loro singolare fruscio si rivela il legame profondo che lo stilista intesseva con l’arte, vissuta e percepita non come tediosa citazione, come inopportuna appropriazione, ma come lineare consonanza. Armani, nei suoi cinquant’anni di attività, ha molto probabilmente guardato alla pittura come a una maestra segreta. Nei suoi modelli si avverte la stessa disciplina che regge una composizione classica. In certi volumi si può rintracciare l’equilibrio di una pala rinascimentale e nei suoi vuoti l’importanza dell’ombra metafisica. Il suo stile è stato, spesso, un esercizio di sottrazione. Oggi come un tempo, nelle sue creazioni nulla sembra superfluo, ma neppure casuale. Anche il colore, in questo percorso, diviene materia emotiva, non s’impone, ma accoglie. I grigi, i blu polverosi, i rossi o i neri, mai assoluti, dialogano con le cromie della Pinacoteca, assorbendo la luce filtrata delle sale. Il suo mondo estetico non interrompe la visita, ma la devia dolcemente. Costringe l’occhio a rallentare, a confrontare stoffe e tele, cuciture e pennellate.

La moda diventa, così, una lente diversa attraverso cui rileggere il museo, il quartiere e la città, lasciando che gli abiti aprano nuove stanze della nostra percezione.

 


FOTO: di Freepik

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