Mercati coperti europei: architetture civiche tra memoria, progetto e vita urbana

di Tommaso Galiani

I mercati coperti europei rappresentano una delle tipologie architettoniche più longeve e adattabili. Nati come infrastrutture igieniche e logistiche tra il XIX e gli inizi del XX secolo, si sono trovati al centro di una stagione progettuale che li ha visti trasformarsi in spazi pubblici complessi, capaci di tenere insieme memoria, pratiche quotidiane e strategie di rigenerazione urbana. Analizzarli significa osservare come le diverse città abbiano saputo reinterpretare il proprio patrimonio alla luce delle specifiche trasformazioni sociali, economiche e culturali. Entrare in una di queste infrastrutture civiche significa, infatti, attraversare una soglia ambigua.

Non sono più un confine tra la strada e il commercio al dettaglio, ma tra un passato certo e un presente in divenire, tra il cambiamento dei gusti, delle esigenze e il racconto che una città vuol fare di sé. L’odore del pane caldo si mescola spesso a quello di spezie lontane, le voci dei venditori rimbalzano contro strutture storiche o futuristiche e intorno ad esse si muove una folla di abitanti, curiosi, turisti, di studenti o di lavoratori in pausa pranzo. Queste architetture del quotidiano sono, infatti, diventate luoghi eloquenti dell’Europa contemporanea. Il “ Markthal ” di Rotterdam, inaugurato nel 2014, rappresenta una rottura consapevole con la tradizione. Si è scelto di lavorare non sul riuso di una struttura preesistente, ma sull’erezione di un edificio in grado di fondere, in un unico gesto architettonico, mercato, residenza e spazio pubblico. L’enorme arco, monumentale e dichiaratamente iconico, ridefinisce, così, il concetto di centralità urbana attraverso la sua imponente forma. Esso diviene landmark, punto di riferimento, oltre che dispositivo narrativo. Non conserva alcuna memoria materiale, ma costruisce una nuova identità urbana fondata sulla densità funzionale e sulla rappresentazione della multiculturalità. Nel caso madrileno, il valore architettonico “Mercado de San Miguel” risiede nella struttura originaria in ferro e vetro, tipica dell’ingegneria d’inizio Novecento. Eretto come infrastruttura della città borghese, dopo la sua riapertura nel luglio 2021, è stato rifunzionalizzato senza, però, alterarne l’impianto formale.

Interventi come questo hanno operato più sul programma che sull’architettura. Le strutture sono divenute spesso contenitori neutri per una nuova economia del cibo, orientata all’esperienza e al godimento rapido. Il risultato è, in certi casi, uno spazio attrattivo, ma anche fragile, perché sganciato dalla vita del quartiere che lo ingloba e per cui è nato. Diverso il caso di Digione, capitale gastronomica e vinicola della Francia, il cui mercato coperto ospita circa 250 bancarelle dove si trovano prelibatezze locali e conserva in modo quasi integrale, non a caso, il suo carattere originario. La struttura, leggibile e non sovrascritta, non è stata oggetto di spettacolarizzazione ma supporto di una pratica sociale consolidata che supera nettamente quella turistica. A Barcellona il “Mercat de Sant Josep”, conosciuto come “La Boqueria” è stato oggetto d’interventi che ne hanno rafforzato il ruolo, ma anche accentuato la tensione tra uso locale e pressione turistica. A Londra sono diversi i mercati storici che, riadattati, mostrano come una certa flessibilità possa garantire lunga vita a edifici nati per esigenze ormai superate. Interessante anche il caso di Budapest dove il grande mercato coperto ottocentesco mantiene una forte riconoscibilità architettonica e una funzione mista, in equilibrio tra vita quotidiana e food market. A Parigi, dopo la scomparsa delle Halles storiche, le aree sopravvissute hanno assunto, in molti casi, il ruolo di veri e propri presidi di quartiere, seppur restando in parte testimoni di una stagione perduta. In Italia, il valore storico-architettonico di questi luoghi di scambio urbano è particolarmente elevato, ma spesso sottoutilizzato come risorsa progettuale. Per esempio, il Mercato Centrale di Firenze (San Lorenzo), quello di Roma (ex Mercato all’Ingrosso, Testaccio), il Mercato livornese delle Vettovaglie, quello palermitano di San Teodoro o il Mercato Coperto di Ravenna sono stati recuperati con interventi essenzialmente rispettosi dal punto di vista formale, ma ambigui sul piano funzionale.

La riqualificazione ha, senza dubbio, loro restituito qualità e visibilità. Tuttavia, l’eccessivo orientamento verso un consumo turistico, l’utilizzo discontinuo e a volte connesso a eventi culturali occasionali, tanto quanto l’ibridazione della destinazione hanno, in alcuni casi, indebolito la funzione di questi spazi di comunità. Molto probabilmente la differenza rispetto ad altre realtà europee risiede nella stratificazione. In Italia il mercato coperto non sempre è sorto come nuova centralità, ma come uno dei tanti elementi caratterizzanti un sistema urbano complesso. Va detto, inoltre, che la nostra specificità risiede anche nella coesistenza di una rete ancora viva di compravendite rionali all’aperto, agevolata dall’abitudine e da un clima migliore rispetto ad altre aree europee. Questo rende una struttura mercantile coperta meno indispensabile dal punto di vista funzionale, seppur potenzialmente importante in quanto spazio civico di qualità. Camminando sotto le volte di una struttura mercatale, dunque, si capisce molto di un centro abitato. Possiamo dedurre quanto sia aperto ai nuovi gusti, quanto sia sicuro di sé e della sua tradizione, quanto sia disposto a mescolare senza cancellare, quando a “vendersi” turisticamente rinnegando le necessità dell’abitato limitrofo. Che sia un’icona futuristica o rimasta una struttura essenzialmente secolare, un mercato coperto resta uno dei pochi luoghi dove la città non si racconta a parole, ma attraverso il cibo, gli odori, i gesti, le presenze. Forse è proprio per questo che oggi, più che mai, continuiamo a entrarci più che per mangiare per capire dove e chi siamo.

 


FOTO: di Tommaso Galiani

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