di Tommaso Galiani

L’educazione teatrale non dovrebbe essere un lusso e nemmeno un’attività marginale. Dovrebbe essere uno strumento pedagogico capace d’intrecciare apprendimento, crescita emotiva e cittadinanza attiva. In un’epoca in cui la scuola è chiamata a formare persone, prima ancora che studenti, l’arte scenica si può davvero rivelare uno spazio privilegiato in cui corpo, voce, pensiero e relazione trovano una sintesi rara e preziosa. Negli ultimi decenni si sono sviluppate importanti reti espressive che lavorano in dialogo con il mondo dell’istruzione. Teatri stabili, compagnie per ragazzi, centri di produzione, festival e residenze artistiche collaborano con istituti scolastici di ogni ordine e grado.

La Puglia rappresenta un’eccellenza nazionale, sia per la qualità artistica del teatro, vincitore ogni anno dei più importanti premi italiani e non solo dedicati al teatro ragazzi, sia per la particolarità dei processi attivati sui territori, che hanno permesso che dal 2025 ci siano ben quattro Centri di produzione per l’infanzia e la gioventù riconosciuti dal Ministero della Cultura. Essi raggiungono con la loro offerta anche le periferie di questa lunga Regione. Al “Teatro Koreja” di Lecce (Centro di produzione dal 2017) si aggiungono, infatti, “Factory”, compagnia transadriatica nel nord Salento, “La luna nel letto” nel “Nuovo Teatro Comunale” di Ruvo di Puglia e la “Bottega degli Apocrifi” con il “Centro di produzione del Gargano” di Manfredonia.

Quando si parla di processi di attivazione, non ci si riferisce solo all’accompagnamento degli allievi all’incontro con lo spettacolo dal vivo. Si fa riferimento anche a quella pratica artistica che entra direttamente nelle aule, trasformandole in laboratori di ricerca espressiva e culturale, soprattutto nei piccoli centri nei quali la sede scolastica diventa il primo e talvolta l’unico spazio d’esperienza artistica condivisa. Fondamentale, in questo processo, appare l’arricchimento delle competenze didattiche e determinante diventa il ruolo del tutor interno, perché senza insegnanti preparati e consapevoli l’educazione ai linguaggi performativi rischia di restare episodica o di farsi superficiale. La relazione teatro/scuola è, infatti, in grado di attivare un circolo virtuoso e generativo e per farlo non si può prescindere dalla creazione di formatori capaci, mettendo in chiaro che essa non li renderà degli attori o dei registi, piuttosto fornirà loro gli strumenti per utilizzare un codice espressivo come metodo didattico. In tal modo si potrà lavorare davvero sull’ascolto, sull’empatia, sulla gestione del gruppo e del corpo, sulla lettura critica e creativa dei testi e, quindi, sull’idea che possa esserci anche una propria realtà da interpretare, se non altro perché piena di “maschere” e in continua trasformazione.

Molte sceneggiature, classiche e contemporanee, possono funzionare in tal senso, perché – quando sono efficaci – mettono al centro conflitti, identità, scelte, responsabilità, vale a dire temi profondamente vicini alle nuove generazioni. “Romeo e Giulietta”, “Amleto”, “Sogno di una notte di mezza estate” affrontano l’amore, il dubbio, la ribellione e il desiderio di libertà. I testi di Dario Fo e Franca Rame, quelli del “Mistero Buffo” o di “Coppia aperta, quasi spalancata”, presentano uno scenario politico e ironico che, se ben introdotto e contestualizzato, può coinvolgere i più grandi e far nascere dibattiti creativi. Non va dimenticato il teatro contemporaneo che, così come quello di narrazione in generale, parla un linguaggio più diretto, capace di intendersi con i ragazzi sui temi dell’identità, del potere, della marginalità. Quando formazione e teatro si riconoscono come alleati non può che sorgere una pedagogia condivisa, capace d’incidere profondamente nella crescita di un individuo. Non è un impegno facile, perché in una società dominata dalla velocità, dall’immagine istantanea, dalla fruizione solitaria e frammentata di mille contenuti, il teatro richiede tempo, attenzione, presenza fisica, partecipazione individuale e nello stesso tempo collettiva. Parliamo di adolescenti sospettosi, insicuri o gradassi, ragazzi che in certi casi non hanno aspettative, che si confidano con l’Intelligenza Artificiale, che a volte vivono isolati o che “attaccano in branco”.

A prescindere dagli eccessi, è una generazione non più abituata a stare ferma, alla concentrazione, se non per pochissimi minuti, perfino su ciò che le interessa. Anche e non solo per questo, l’esperienza di uno spettacolo va proposta come la silenziosa sensazione di ritrovarsi nei dubbi di Giulietta, di assomigliare, per esempio, ai ragazzi di Stefano Massini, schiacciati dalle attese e dal bisogno d’essere visti, o di non avere ancora il coraggio dei protagonisti di Ascanio Celestini, che trovano l’energia di prendere la parola anche quando sanno che nessuno li ascolta. Spesso le scuole sono percepite da autori, editori e compagnie come uno spazio in cui è relativamente facile “vendere”. I docenti si trovano subissati da proposte. Cercano di fare del loro meglio per selezionare ciò che può essere davvero utile agli studenti, tuttavia il primo incontro dei giovani con il palcoscenico non sempre avviene in maniera efficace. Può capitare di proporre spettacoli poco adatti all’età del pubblico o al contesto, senza un’adeguata mediazione culturale e senza una reale continuità progettuale per mancanza di fondi. Sprovvista di un accompagnamento educativo, l’arte della recitazione rischia di apparire alle nuove generazioni davvero lontana e incomprensibile. Un’opera può, in questo modo, essere percepita come vecchia, inutile o addirittura inaccessibile, privando il giovane pubblico della possibilità di coglierne appieno il valore. A questo si aggiunga che moltissimi adolescenti non sono mai entrati in un teatro vero e proprio e una ridotta centralità delle discipline artistiche nei curriculum scolastici, aspetti non secondari che contribuiscono a relegare certe esperienze ai margini della formazione. Restituire alla pratica scenica il suo vero ruolo, significa anche ricostruirne il senso, renderla accessibile e vicina alla realtà giovanile.

Torniamo allora al nodo della formazione dei formatori, e apriamo uno spiraglio su alcune esperienze virtuose: si pensi al dialogo tra Teatro e Scuola che “Assitej Italia” (la rete del teatro ragazzi italiana) prova a tenere attivo attraverso il coinvolgimento degli attori territoriali; si pensi all’attivazione del “Circuito Puglia Culture” che dà vita a una Community che consente il raccordo diretto tra gli spettacoli proposti dalle compagnie e i docenti. Si pensi, infine, al percorso di formazione avviato dai due Centri di produzione di Ruvo e Manfredonia in sinergia con la “Casa dello Spettatore” di Roma e con le scuole in rete del territorio. Si tratta di un corso di avvicinamento alla visione rivolto ai docenti dal titolo “Educarsi al teatro, educare al teatro”. Il percorso di formazione, accreditato su piattaforma Sofia, ha l’ambizione a lungo termine di porre le basi per la nascita di una nuova figura professionale, quella del mediatore teatrale. A breve e medio termine il corso si propone di fornire ai docenti strumenti empirici di avvicinamento allo spettacolo teatrale ed elementi di valutazione qualitativa che li aiutino a orientarsi nella marea di proposte. Non tutte sono efficaci e accettarle è significa perdere occasioni, perché il teatro non insegna solo a recitare, ma a guardare il mondo e se stessi con occhi meno soli, più attenti e umani.

 


FOTO: di Freepik

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