di Tommaso Galiani

Kehinde Wiley è uno degli artisti più riconoscibili e incisivi del panorama contemporaneo. Egli è stato capace di trasformare la ritrattistica in un’azione politica e identitaria. La sua arte nasce dal gesto dirompente di prendere la grande tradizione pittorica europea – quella generalmente destinata a sovrani, Santi, condottieri e patrizi – e sostituirne i protagonisti con soggetti afroamericani, vestiti con abiti quotidiani o con uno stile streetwear. Il risultato è un cortocircuito visivo e culturale che ridefinisce chi oggi ha davvero il diritto d’essere rappresentato e come. Con le sue pose teatrali, le composizioni monumentali, l’uso della luce, Wiley guarda in particolare alla produzione che va dal Rinascimento al Neoclassicismo.

Non si tratta, tuttavia, di semplici citazioni di maestri come Tiziano, Rubens, Ingres, Canova o David, ma di un’appropriazione critica della loro eredità. Perché, nel sostituire soggetti memorabili con uomini e donne afrodiscendenti, egli mette in discussione secoli d’esclusione simbolica. L’arte europea diviene, perciò, al tempo stesso modello e campo di battaglia. La considera un’espressione da padroneggiare essenzialmente per poterla sovvertire e per spiazzare il pubblico, come quando si è ispirato a un’opera di Francesco Salviati per tracciare e intitolare ironicamente il suo“Ritratto di un Nobile Fiorentino”. La sua pittura, tecnicamente raffinata e volutamente “accademica”, dimostra in questo modo che la tradizione che ci accomuna non è neutra, ma implicitamente portatrice di specifiche gerarchie culturali e razziali. Il rapporto di Wiley con la cultura afroamericana è, dunque, centrale e strutturale. I suoi modelli non sono mai idealizzati ma individui reali, magari incontrati nelle strade di Harlem, Los Angeles, Lagos o Dakar. Grazie a lui, catene d’oro, sneakers, hoodie e tatuaggi convivono tranquillamente con pose raffinate e fondali decorativi ispirati a motivi floreali barocchi o a tessuti ornamentali. È in questo dialogo iconografico che Wiley dona maestosa dignità a gente che, nei fatti, è stata spesso marginalizzata o stereotipata.

Dal suo punto di vista, infatti, l’eroismo degno d’essere ricordato e riprodotto non nasce più dal mito o dalla genealogia, ma dall’esistenza stessa. Un aspetto spesso analizzato dalla critica internazionale è il rapporto dell’opera di Wiley con la cultura omosessuale e queer. L’artista, apertamente gay, introduce nei suoi dipinti una tensione oscillante tra virilità e sensualità. I suoi corpi maschili sono muscolosi, ma anche eleganti, fieri ma femminei in alcune pose. Sono esposti allo sguardo, certo, ma spesso immersi in decorazioni che generalmente sono associate al femminile o al decorativo. Anche questa scelta rompe i codici tradizionali della virilità nera, spesso rappresentata e descritta dai media come iper-virile o minacciosa. Wiley suggerisce, all’opposto, una mascolinità più complessa, carnale eppure vulnerabile. Evoca un’idea di uomo che intreccia il dialogo con la storia dell’arte “alta” e con il pensiero queer, attraversando con naturalezza i territori della cultura di strada. In questo modo la sua pittura diventa uno spazio di resistenza simbolica e di rinegoziazione identitaria.

La consacrazione della sua attività è arrivata nel 2018, con il celebre ritratto di Barack Obama per la “National Portrait Gallery di Washington”. Anche in un contesto così istituzionale, Wiley ha deciso di mantenere la sua cifra stilistica. Nella tela la flora sembra essere saldamente sullo sfondo, eppure un germoglio si fa strada nell’incavo tra la gamba di Obama e quella della sedia, un altro viticcio sfiora uno dei tricipiti del protagonista. In questa sua ambiguità dimensionale, il fondale dialoga con la postura classica del potere, creando un’immagine che è al tempo stesso solenne e radicalmente nuova. Da quel momento, l’artista è divenuto una figura chiave nel dibattito globale su rappresentazione, razza e memoria visiva, esponendo nei maggiori musei internazionali e influenzando una nuova generazione di artisti. Nel contesto europeo, un momento significativo è stata la presenza delle sue opere nella mostra “Flowers.

Dal Rinascimento all’intelligenza artificiale”, tenutasi a Roma dal 14 febbraio 2025 al 14 settembre 2025. L’inclusione di Wiley in un percorso che attraversa secoli di rappresentazione floreale, ne ha sottolineato la forza concettuale, accogliendo l’idea che i fiori, nei suoi dipinti, non siano semplice ornamento, ma dispositivo narrativo e ideologico. Inserito accanto a opere più classiche e a sperimentazioni contemporanee legate all’intelligenza artificiale, Wiley è apparso più che mai un ponte tra passato e presente, un artista in grado di dimostrare come la tradizione possa essere riattivata in chiave critica. Il suo lavoro ci ricorda che, anche nell’era digitale, una produzione come la sua può essere uno spazio di conflitto, bellezza e trasformazione.

 


FOTO: Tommaso Galiani, 2025

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