di Tommaso Adriano Galiani

La produzione naïf rappresenta da sempre una voce alternativa all’interno dell’accademico panorama artistico. Nutrita d’istinto più che di tecnica, di solito non mira alla perfezione formale, ma alla corrispondenza di un’immagine con ciò che è profondamente radicato in una determinata tradizione comunitaria.

Essa non nasce dal nulla nel Novecento, come a volte si crede, ma trova radici profonde in forme artistiche popolari particolarmente diffuse nel Mezzogiorno preunitario. Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia hanno visto emergere nei secoli numerosi artisti che hanno raccontato anche il proprio universo religioso, sfumando il confine tra miracolo e realtà.

Nella pittura devozionale, così come negli ex-voto (XVIII–XIX sec.), gli eventi soprannaturali sono stati spesso inseriti nella vita reale: i Santi appaiono immersi in paesaggi riconoscibili, gli spettatori sono talvolta sproporzionati rispetto ai protagonisti dell’episodio principale.

Ignoto pittore meridionale, Vergine Addolorata dal cuore trafitto (sec. XIX), Collezione privata

Volendo limitare la nostra attenzione alla Puglia, c’è nondimeno una particolare testimonianza religiosa del Barocco che fonde in modo del tutto originale ortodossia e iconografia “popolare”. Si tratta degli arredi della chiesa conventuale di San Francesco d’Assisi di Castellana Grotte (Bari), oggetto dell’impegno più che quarantennale di Fra’ Luca Principino (1684-1750).

Non sappiamo molto di lui, ma la soglia di quest’edificio sacro diviene ancora l’accesso a un mondo contrassegnato da una narrazione immediata, dettata da toni primari, da contrasti forti, da prospettive elementari. L’aria si fa subito gioiosa, anche se profondamente devota, perché tutto sembra risuonare ancora di passi incerti, di preghiere pronunciate in latino ma sussurrate in dialetto.

La luce filtra come un respiro lento, si posa sui sette altari barocchi d’ispirazione salentina, sul pulpito dalle sette formelle, accarezza tutte le superfici scolpite da questo esponente dell’Ordine Francescano, da un “artigiano-scultore” in grado di unire la concretezza di un mestiere alla più alta dimensione spirituale.

Figlio di un “maestro fabbricatore”, Luca Pietro Oronzio Principicchio – latinizzato Principino – si era probabilmente portato dentro l’idea che certi riferimenti dottrinali, divenendo materia popolare, avrebbero potuto più facilmente essere compresi. Forse per questo, certi Santi affiorano quasi eccessivamente dallo sfondo, i loro volti dai tratti ordinari sembrano respirare più la terra rossa delle Murge che la beatitudine, le loro vesti appaiono quasi confezionate con stoffe pesanti.

Ciò non toglie che l’artista rimandi, seppur con discrezione, ad altisonanti modelli rinascimentali. Si scorgono riferimenti a Raffaello, Guido Reni, al Cigoli e a Battistello Caracciolo, ma solo per chi sa leggerli. Perché, per la moltitudine, il suo Cristo in croce sembra un bracciante dal fisico imperfetto, forse più simile a ciò che è stato davvero rispetto a un’iconografia che, a volte, l’ha reso eccessivamente apollineo.

Fra Luca Principino, Altare del Crocifisso (1734), Castellana Grotte (Ba), Chiesa di San Francesco d’Assisi

Dagli spazi architettonici, un San Francesco pare guardare oltre il tempo; la Madonna dell’altare di Sant’Irene accenna un’espressione pensierosa, come ogni mamma preoccupata per il destino del proprio figlio; mentre dal pulpito il Beato Giovanni parla di lei, dell’Immacolata Concezione.

Non sono soli: San Bernardino da Siena, San Giovanni Capistrano, Santa Rosa da Viterbo e San Luca sembrano volersi trattenere tra loro e con gli altri virtuosi, sparsi fittamente nell’ambiente, in una sacra conversazione estesa all’intera struttura.

Sono circa trecento le immagini scolpite, e tutte trasmettono l’idea di un’umanità imperfetta che, nonostante ciò, è riuscita a divenire esempio.

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