Cassazione: è estorsione costringere il lavoratore ad accettare una paga inferiore
di Francesco Scorrano
La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul tema dei rapporti di lavoro e delle condotte illecite dei datori, rafforzando un orientamento che negli ultimi mesi si è fatto sempre più netto.
Con la sentenza n. 29398 dell’8 agosto 2025, la seconda sezione penale ha infatti stabilito che integra il reato di estorsione la condotta del datore di lavoro che obbliga un dipendente ad accettare una retribuzione più bassa rispetto a quella prevista dal contratto collettivo e non commisurata alle prestazioni effettivamente svolte, prospettando come unica alternativa l’interruzione del rapporto.
La decisione si inserisce nel solco tracciato dalla pronuncia n. 10974 del 19 marzo 2025, che aveva già riconosciuto la particolare vulnerabilità del lavoratore in situazioni di ricatto occupazionale.
Anche in questo caso, i giudici hanno sottolineato come la minaccia non debba necessariamente essere esplicita per configurare un comportamento penalmente rilevante: può essere velata, indiretta, verbale o scritta, perfino camuffata da semplice suggerimento o pressione “di buon senso”, purché idonea a condizionare la volontà del lavoratore.
Secondo la Corte, il messaggio del datore “se non ti sta bene, puoi anche andartene”, in un contesto di necessità economica e subordinazione gerarchica, si traduce in una forma di coercizione capace di piegare la libertà negoziale del dipendente.
Una prassi che, oltre a violare i principi di correttezza contrattuale, altera gli equilibri del mercato del lavoro e mina la dignità professionale.
FOTO: di Michele Bitetto su Unsplash