Nell’anima bianca di Carrara
di Tommaso Adriano Galiani
C’è un momento in cui i Monti Apuani sembrano aprirsi come un sipario. è quando le superfici levigate delle cave cominciano a riflettere il bagliore del pieno sole o il barlume che filtra tra i vapori della nebbia. Visitare certi paesaggi mozzafiato, trattenersi in silenzio davanti a essi, significa anche lasciare che ci parlino tramite un linguaggio muto ma colmo di segni. Sì, perché si ha quasi l’impressione che sia sufficiente seguire le vene del marmo come fossero le linee della mano di un gigante. Potrebbe essere quella di un artista senza età che deve riflettere sul da farsi, chiedendoci di prevedere il futuro dei suoi intenti; oppure il palmo di un operaio stanco che, attraverso quelle tracce, vuole farci sfogliare la sua biografia impolverata. Chiunque ipotizziamo possa essere quell’inesistente titano, la verità è che ogni taglio, ogni gradone può divenire indicazione di un dialogo tra un’umanità creativa e un materiale che si mostra a noi in tutta la sua nudità, puro, compatto, freddo.

In un certo senso, quando il vento passa tra quelle pareti lisce, porta con sé le orme di tutti quelli che, già nel I secolo a.C., cercavano il blocco perfetto, così come gli sguardi intelligenti di chi, come Michelangelo, ha riconosciuto una potenzialità ancora imprigionata là dove altri vedevano ruvidi massi.
Anche Gian Lorenzo Bernini predilesse questa grana finissima per la sua capacità di farsi teatralità, riuscendo a plasmare con essa estasi, turbamenti e tensioni. Sono trascorsi secoli, eppure la luce lambisce ancora i volti delle statue di Canova che, plasmate in nome del lattescente neoclassicismo, lasciano affiorare malizia, eleganza, lacrime e quasi il fiato di divinità e di giovani innamorati. Henry Moore, Isamu Noguchi, Anish Kapoor, così come i giovani scultori digitali, avranno certamente dialogato con i cavatori che conoscono la loro montagna come un amico dal carattere difficile. Si fidano, ci lavorano, eppure ascoltano con timore i suoi scricchiolii dubbiosi, cercano di prevederne le risposte, ne rispettano la nota fragilità, seppur celata da un’apparente robustezza.
E’ soprattutto accedendo nelle cave sotterranee che il massiccio rivela la sua intimità più profonda.
In questo ventre lucido e venato, ogni taglio deve essere un intervento condiviso tra l’uomo e la natura. Le gallerie si aprono come le navate di una cattedrale segreta, colme di una quiete irreale e in attesa di implodere inevitabilmente sotto il proprio peso, quasi fossero una creazione di land art.
Non ci si ferma, in ogni caso, anche perché oltre ai grandi maestri che hanno riconosciuto a questa roccia calcarea una sorta di sacralità, sempre più progetti architettonici contemporanei tendono a usarla per allestire spazi di pregio. Tuttavia, nonostante il marmo di Carrara detenga questo ruolo importante grazie alla sua storia, all’estetica e all’appartenenza alla tradizione italiana del lusso, oggi c’è anche la necessità di proteggere l’ecosistema unico da cui proviene. Le recenti tecniche di estrazione puntano a ridurre l’impatto ambientale, ottimizzando il recupero dei materiali e il monitoraggio del territorio. Ciò nonostante, non sarà facile tracciare un possibile futuro in grado di abbracciare priorità diverse, senza incidere pesantemente sull’indotto economico che le cave generano da secoli. è nel dialogo tra le forze che si giocherà il destino di Carrara, sospeso sul filo di un equilibrio fatto di ascolto e visione.
Bisognerà scolpire il futuro di questi luoghi con la stessa cura con cui scalpella un marmo che rischia di rompersi, lasciando andare in frantumi ciò che sarebbe potuto diventare un capolavoro. Solo evitando ciò, tra quelle pareti bianche continueremo a sentire il respiro di una bellezza in grado di sopravvivere al tempo.
PH: Tommaso Adriano Galiani
