La sinistra cercava di distribuire meglio la ricchezza prodotta e quel “meglio” consisteva nel dare una maggior fetta di prodotto da consumare ai lavoratori asserendo che così facendo si fosse più “giusti” e quindi questa idea fosse un “progresso”, sia nel detto senso di maggiore giustizia (che pudicamente si dice “sociale”), che nell’altro di maggiori consumi per i lavoratori (dando per scontato ignorare problemi ambientali e psicologici e il fatto che maggiori consumi sia meglio che minori consumi); per fare tutto questo e in forza della “giustizia” di cui si ritenevano depositari, puntavano su maggiori “diritti”; risultato è stato che i disoccupati antichi sono stati aumentati da disoccupati nuovi (frutto della maggiore complessità delle lavorazioni meccanizzate) e da disoccupati biblici, che sono gli esclusi per nascita dal banchetto generale dei titolari dei “diritti”, esclusi per nascita che sono quelli che sono nati nella parte sbagliata e povera delle nazioni e del mondo. Quindi, per paradosso, la sola esistenza dei “diritti” ha prodotto esclusi dagli stessi.
Quindi per meglio dividere la torta i punti cardine sono: diritti, rivendicazioni, giustizia, una cosa semplice anche se poco ideale e molto venale e sostanzialmente divisiva delle società cui si impone lotta e competizione, notte e giorno anche dentro l’azienda e la famiglia.
Dall’altra parte, le destre sono in perenne difesa dell’esistente che arride ad una piccola parte della società e quindi ecco i sedicenti “conservatori”. Essi vogliono creare ricchezza più e prima di dividerla e quindi confermano il percorso sperimentato dai padri e quindi sostengono una non meglio compresa “identità”, da cui tutto discende, dalla famiglia alla politica, dalla azienda alla lealtà verso gli altri e verso lo stato. Non hanno tempo per pensarsi ed elaborare una idealità che descriva il proprio sentire ma per loro è già ben chiaro così.
Oggi è evidente il fallimento e il superamento dei primi e la attuale vacuità dei secondi, i quali ultimi rinunziano a precisare come differenziare il futuro dal passato. Che si fa? Non sapendo che pesci prendere tutti assieme ci si è inventata e attribuita la “libertà” di fare ognuno quel che vuole, chissà che non esca una idea nuova e coinvolgente. Ma si badi bene: si tratta pur sempre di una libertà ben vigilata dalla disinformazione e ancor meglio vigilata dai dipendenti statali detti burocrati che pongono paletti strettissimi ad ogni ardimento a quelli che vengono riconosciuti “liberi”.
Quindi, da un lato quelli che con le più svariate motivazioni vogliono avere il diritto di imporre una migliore maniera di dividere la ricchezza prodotta e, dall’altro, chi vorrebbe crearla con l’aiuto di lavoratori ispirati alla stessa logica.
Oggi però ancora da entrambe le parti non è chiaro verso quale mondo si vada visto che non si sa cosa sia la crescita declinata nel ventunesimo secolo. Consumare di più a vantaggio di chi già si è mangiato mezzo pianeta non può essere proponibile e praticabile; ammettere al banchetto planetario le moltitudini degli esclusi interni ed esterni delle porzioni ricche del mondo significa saccheggiarne l’ambiente senza poter avere nulla in cambio perché non hanno nulla che possa servire a chi ha tutto…, cioè l’idea strettamente quantitativa è finita senza che ve ne sia un’altra ben chiara e semplice.
Che si fa? Perché si deve andare a votare? Chi ci dice quale mondo potrebbe essere quello futuro?
Chi ci fa sognare qualcosa di nuovo, alto, ardito, bello, in cui ritrovarsi e per cui conviene e ci piacerebbe lottare?
Ecco perché alle elezioni vince -e alla grande- l’astensione ed ecco quale sarà il vincente prossimo venturo: un sognatore razionale.
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