di Francesco Scorrano

L’insicurezza alimentare, secondo la FAO e l’ISTAT, non riguarda solo la mancanza di cibo, ma anche l’impossibilità – per motivi economici o fisici – di accedere a un’alimentazione sana, varia e adeguata a mantenere una buona salute. È quindi un fenomeno complesso, che tocca anche la qualità del cibo, le abitudini culturali e il contesto sociale.

A livello mondiale, nel 2024 quasi il 28% della popolazione vive una forma moderata o grave di insicurezza alimentare, con differenze molto forti tra i continenti: in Africa supera il 58%, mentre in Europa si ferma al 6,8%.

In Italia, sempre nel 2024, circa 800mila persone (1,3%) hanno sperimentato forme di insicurezza alimentare moderata o grave. Il problema è più diffuso nel Mezzogiorno (2,7%) rispetto al Nord (0,6%) e al Centro (0,8%), ma si registra un miglioramento rispetto al 2022, quando il dato nazionale era al 2,2%.
I segnali più frequenti sono la preoccupazione di restare senza cibo, il non poter mangiare alimenti salutari e il dover limitare la varietà dei pasti. Le situazioni più gravi – come aver sofferto la fame o non aver mangiato per un giorno intero – riguardano meno dell’1% della popolazione.
L’insicurezza alimentare colpisce di più gli stranieri (1,8%), le persone con problemi di salute (2,4%) e chi vive nelle grandi città (1,6%).

Nel resto d’Europa, l’8,5% delle persone non può permettersi un pasto proteico – come carne, pesce o legumi – almeno ogni due giorni, un dato comunque in miglioramento rispetto al 2023.
In Italia, invece, la situazione peggiora leggermente: quasi una persona su dieci (9,9%) non riesce a sostenere un’alimentazione proteica regolare.
Le difficoltà maggiori si registrano in Bulgaria, Slovacchia e Romania, mentre i livelli più bassi si trovano in Cipro, Irlanda e Portogallo.

Fonte dei dati

 


FOTO: di Freepik

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