Il diario segreto scritto dall’AI con le nostre abitudini

di Ermes Strippoli

Quando si parla di intelligenza artificiale, si pensa subito a robot futuristici, auto che si guidano da sole o programmi che scrivono testi e creano immagini. In realtà, l’AI lavora anche in spazi molto più nascosti e vicini alla nostra vita quotidiana, tanto che spesso non ce ne accorgiamo.

Gli algoritmi non analizzano solo i grandi dati delle aziende o dei governi, ma anche le “microstorie” di ciascuno di noi: i ritmi con cui dormiamo, i tragitti che facciamo ogni giorno per andare a scuola o al lavoro, i like che mettiamo sui social, persino i prodotti che scegliamo al supermercato. Tutte queste azioni, prese singolarmente, sembrano insignificanti. Ma messe insieme diventano mappe invisibili, che raccontano molto del nostro modo di vivere.

Un esempio concreto è lo smartphone. Senza rendercene conto, registra quante volte sblocchiamo lo schermo, a che ora andiamo a dormire e quanto tempo passiamo su certe app. Questi dati servono a migliorare i servizi, ma vengono anche usati per costruire profili di comportamento, capaci di prevedere le nostre scelte future. È come se l’AI scrivesse un diario segreto della nostra vita, basato non sulle parole, ma sui numeri.

Questa capacità di osservare i dettagli apre due scenari opposti. Da una parte, può aiutarci a capire meglio noi stessi: monitorare la salute, risparmiare tempo, evitare sprechi. Dall’altra, rischia di trasformarci in consumatori prevedibili, controllati da algoritmi che sanno prima di noi cosa ci piacerà.

L’AI delle microstorie quotidiane non è quindi solo tecnologia: è uno specchio che riflette le nostre abitudini, anche quelle più banali. E forse il vero punto è proprio questo: capire se siamo noi a usare l’AI, o se è lei a usare le nostre piccole azioni per raccontare chi siamo.


FOTO: di Freepik

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