di Tommaso Galiani

Nell’esposizione allestita nel castello normanno svevo di Mesagne, “Negli anni
dell’Impressionismo, da Monet a Boldini. Artisti in cerca di libertà”, si può godere d’immagini che
spesso lasciano alla mente il compito d’essere completate, definite nella loro piena nitidezza in un
mondo che ci ha abituati alla fotografia che può mostrare cosa c’era e all’AI che genera ciò che non
è mai esistito.

Prodotta da Reinassance srl, la mostra – aperta dal 27 giugno al 26 novembre 2025 – è un viaggio
emotivo nel colore, così come nello spessore pittorico tracciato da pennelli e da spatole, pensato per
definire piani paesaggistici, prospettive, volumi, ritratti.
Partendo da Monet (“Vue de Londres dans le brouillard. La Tamise” e “Ninphees”) il progetto
passa attraverso artisti che, a volte ingiustamente, sono stati definiti “minori” secondo una logica
che non rispetta alla stessa maniera tutti i tasselli necessari per definire pienamente un mosaico che
racchiude in sé dall’Europa settentrionale alle diverse latitudini italiane. La curatrice della mostra,
la prof.ssa Isabella Valente, non a caso ha voluto raccogliere centocinquantatrè capolavori che
parlano di un’epoca tutto sommato non ampia, ma dalle molteplici varianti tematiche e stilistiche.
L’Impressionismo mirava a cogliere l’attimo fuggente, la luce, il colore, l’impressione, appunto, di
ciò che l’occhio percepiva. Si cercava di cogliere la vita quotidiana, il tempo che passava,
l’esperienza soggettiva del vedere il mondo, esattamente come fanno oggi diversi fotografi e molti
utenti social. Per quanto una visione si possa reputare meramente soggettiva, apparentemente
filtrata dalla sola sensibilità di un artista, essa non può trascurare, più o meno consapevolmente,
l’assimilazione di diversi condizionamenti sociali.

 


Procedendo tra le sale aristocratiche dell’imponente edificio mesagnese, emerge chiaramente
un’idea di paesaggio che, urbano o rurale, resta essenziale in sé, ma anche adeguato per farvi
muovere l’uomo nel suo “fare” e nel suo dover “apparire” in una società industriale in fermento.
Vedute nebbiose, lagune, fiumi, strade, mulini a vento, colonne, cupole affioranti da città fredde,
piovose o fiorite, tutto parla sempre e comunque dell’uomo in quanto lente d’osservazione o
artefice di ciò che è orgogliosamente possibile riprodurre.

Gli artisti hanno tratteggiato gli scugnizzi partenopei tanto quanto, en plein air, i viali alberati, i
giardini pubblici innevati da mille toni di bianco o arricchiti dalla presenza di signori eleganti nella
cangiante luce delle diverse stagioni.
Hanno lasciato desumere, seppur non sempre dichiarando una precisa posizione ideologica, la
differenza tra l’ozio borghese e il lavoro rurale, così come tra i pacati svaghi signorili e i tamburelli
festanti, dando a tutto pari dignità di rappresentazione.
Fulcro di un popolo ricolmo di folklore, così come di un raffinato ceto imprenditoriale diviene
spesso la donna, madre ideale e peccatrice, elegante o discinta, intellettuale o proletaria. Reali o
muse, quelle ritratte sembrano a volte “sorprese” nella loro quotidianità, altre volte accuratamente
messe in posa. Giovanni Boldini, Vittorio Corcos o De Nittis, giusto per citare qualche esempio, si
dimostrano straordinari registi e ideatori di sistemazioni raffinate, tra cuscini, sete e salotti vellutati,
miranti a far risaltare un immaginario femminile che esploderà con la Belle Époque e che verrà più
volte ripreso nel tempo così com’è successo recentemente per alcune campagne pubblicitarie di
Gucci, Saint Laurent e Jean Paul Gaultier.

G. Boldini, Il cuscino giallo, 1891 circa

 

Tra seduzione e mondanità, improvvisamente il particolare candore di un incarnato o la lucentezza
cangiante di un tessuto si fecero essenziali, tanto quanto certi sguardi diretti verso uno spettatore
che allora avrebbe ammirato quel determinato ritratto esposto nel salotto di famiglia e oggi sulle
pareti di un museo.

Se ombrellini, ventagli e vestimenti leggeri di dame accorte accrescevano una predilezione per
l’esotico, nell’opera di Ulisse Caputo le risate sommesse nel palchetto di un teatro diventano l’unico
spettacolo da dipingere davvero e non quello che si sta svolgendo al centro di un sipario che si può
solo immaginare. È pur sempre vita, è un momento d’intimità femminile, la reazione a ciò che si sta
guardando.

È un po’ ciò che, a suo modo, ha realizzato nel 1990-91 Bill Henson, fotografo australiano, nel suo
“Paris Opera Project” per tradurre l’effetto emotivo della musica in forma visiva. Si tratta di un
esempio, certo, ma va puntualizzato che l’Impressionismo ha anticipato buona parte della nostra
estetica della fugacità, dell’immediatezza e della soggettività. Una chiara ispirazione a questo
movimento artistico si può rintracciare nella Street photography ma anche su Instagram, nell’Urban
life & leisure, così come nelle atmosfere sognanti di TikTok o YouTube. Per questo, anche per
questo, progetti espositivi come questo vanno vissuti, capiti e apprezzati.

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