L’intelligenza artificiale che non vediamo
di Ermes Strippoli
La mattina scorriamo le notizie sul telefono, controlliamo le previsioni del tempo e lasciamo che Google Maps ci guidi fino al lavoro. La sera, sul divano, Netflix ci suggerisce la serie perfetta, mentre Spotify indovina la canzone che ci fa compagnia. In mezzo, tra una mail finita nello spam e una foto resa più nitida dallo smartphone, c’è sempre lei: l’intelligenza artificiale.
Non la vediamo, non la cerchiamo, eppure è lì, intrecciata ai nostri gesti quotidiani. Non ha la forma di un robot che parla, né quella di una macchina che dipinge quadri digitali. Somiglia piuttosto a una presenza discreta, silenziosa, che impara un po’ di noi e ci restituisce scorci di comodità.
Il paradosso è che più l’AI diventa vicina, più si mimetizza. È ormai come l’elettricità: invisibile, ma indispensabile. Ci accorgiamo della sua esistenza solo quando manca o quando sbaglia, facendoci perdere la strada o proponendoci una canzone che non sopportiamo.
Questa intelligenza artificiale “invisibile” non ci stupisce con effetti speciali, ma cambia davvero il nostro modo di vivere. È la compagna di viaggio che non si vede, quella che spesso diamo per scontata. E forse, proprio per questo, ci racconta più di noi stessi di quanto immaginiamo.
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